Violenza di genere: Prevenzione ed Interruzione della violenza Interventi per il trattamento di uomini autori di violenza

“E ANCORA UNA VOLTA,
ARTEMISIA FU SOLA.”
(ARTEMISIA, ANNA BANTI, 2015)

Un paio di anni fa, mi trovo ad iniziare un corso di formazione al Centro di Ascolto per Uomini Maltrattanti a Firenze. Penso di intraprendere uno studio ed un’analisi focalizzato su uomini (bene, io sono una donna) autori di violenza (io sono una pacifista). Si può iniziare.

Ad accoglierci, una domanda: “Che cos’è la violenza?”. Viene fatto un brainstorming e già si comprende la complessità del tema. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (1996) riporta la definizione di violenza come “uso intenzionale di forza fisica o di potere, minacciato o agito, contro se stesso, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che ha come conseguenza, o ha un’alta probabilità di avere come
conseguenza, il danno fisico, la morte, il danno psicologico, l’alterazione dello sviluppo, la deprivazione”.
Poco dopo, una riflessione: “Descrivi i tuoi comportamenti violenti”. Ognuno dei partecipanti comincia timidamente a scrivere, nero su bianco (per i più cauti, matita su carta riciclata)… svalutazioni, tentativi di controllo sull’altro…
Nessun foglio rimane del colore originario, i momenti prendono forma, lentamente, nelle espressioni malinconiche e dolorose di alcuni presenti.

Durante la formazione, viene dato ampio spazio al confronto, alla discussione, alla condivisione, se desiderata, di aspetti personali. Giungiamo al termine del corso e quel foglio iniziale, per ognuno dei professionisti presenti, si è ora fatto più ricco. Ricco di ciò che fino a poco prima si faceva fatica a considerare violenza, ricco di ulteriore comprensione della complessità dell’essere umano e, soprattutto, del pensiero che questa distinzione Noi/Loro non sia reale. Persone che agiscono violenza.
Noi e Loro… noi. Questo passaggio lo trovo necessario per intraprendere un percorso di cambiamento con l’uomo autore di violenza, in modo che ci sia quell’alleanza terapeutica importante per l’apertura di strade alternative, per la ricerca di parti di sé, di emozioni, fondamentali all’interruzione del comportamento violento. L’obiettivo è quello. Fare in modo che donne, bambini, altri uomini, che vivono ed hanno vissuto condizioni di terrore, possano sentirsi al sicuro, protette/i.
La rabbia nei confronti dell’autore di violenza, per le atrocità fisiche e psicologiche, è presente ed emotivamente profonda per il trauma subito; empatizzare con la vittima fa parte del sano compito di proteggere chi subisce, è un comportamento
sociale fondamentale.
È possibile trasformare questa rabbia in energia e speranza nel cambiamento? Trasformarla in interventi psico-educativi e psicoterapeutici specifici?

Trovo che, ancor più di una possibilità, sia un compito. Il compito degli operatori che desiderano poter fornire supporto e strumenti per il cambiamento all’uomo autore di violenza, con l’obiettivo di contrastarla, a protezione delle vittime e per l’opportunità di riprendere in mano la propria vita, anche per la stessa persona che ha agito comportamenti violenti.
Tale lavoro è molto importante, dal momento che molte donne non si separano dai compagni che agiscono violenza, aiutare l’uomo significa anche aiutare la donna; impegnarsi ad intervenire dove la violenza sembra essere per l’uomo, anche
inconsapevolmente, l’unica scelta possibile (in tutti quei casi nei quali non vi è una patologia psichiatrica), responsabilizzare l’uomo con un percorso specifico, accompagnarlo nel costruire alternative a quel comportamento violento.
In queste riflessioni, si fa riferimento a differenze di genere. Il titolo, legato al genere femminile, è in connessione diretta con il suo compagno opposto, l’uomo autore di violenza. In tale relazione, è importante parlare di ruoli di genere: la violenza psicologica e fisica è strettamente connotata culturalmente e, per questo, dura da sradicare.

In tale ottica, gli stessi uomini ne sono schiavi, più o meno inconsapevoli, in una spirale di frustrazione, inadeguatezza, incapacità di gestione e di riconoscimento delle emozioni, desiderio di prevaricazione, bisogno estremo di controllo, violenza. Le aspettative sociali sui ruoli di genere stanno passo passo trovando dei validi contraddittori, gli stereotipi vengono denudati, ma ancora non del tutto visti. È faticoso per l’essere umano, immerso nella Cultura co-costruita più di Achille nelle acque del fiume Stige. Prima di tutto, questi modelli di genere (come dovrebbe essere un uomo e come una donna secondo canoni prestabiliti) vanno individuati,
poi messi in discussione ed abbattuti.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1993) definisce violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza di genere che comporta, o è probabile che comporti, una sofferenza fisica, sessuale o psicologica o una qualsiasi forma di sofferenza alla donna, comprese le minacce di tali violenze, forme di coercizione o forme arbitrarie di privazione della libertà personale sia che si verifichino nel contesto della vita privata che di quella pubblica”. Per iniziare il trattamento l’uomo deve impegnarsi a
non agire comportamenti violenti. La partner viene contattata telefonicamente in modo da assicurarsi dell’aderenza al trattamento da parte del compagno e, se necessario perché in pericolo, messa in sicurezza e sostenuta psicologicamente, anche grazie all’importante lavoro di Associazioni e Centri Antiviolenza.
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è stata approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 a Istanbul.

Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli.
Troppo spesso, le denunce fatte non assicurano reale protezione delle vittime e sentenze per i colpevoli; anche negli Istituti Penitenziari è possibile attuare interventi per il cambiamento dell’uomo maltrattante, una presa in carico in modo che diminuiscano le possibilità di reiterare il reato. Il tempo che intercorre tra il problema e la risoluzione è fatto di frustrazione, difficoltà, emozioni di ansia, di inefficacia che possono trasformarsi nella nascita di possibili tentativi risolutivi. Tale frustrazione data dall’incertezza non viene retta dall’uomo maltrattante e scatta l’agito violento. Diventa necessità e responsabilità sociale la promozione di interventi volti al cambiamento, in modo che l’uomo che agisce violenza crei uno spazio di pensiero tra l’emozione e l’azione. Il compito fondamentale è allenare la consapevolezza delle proprie azioni sull’altro, far mature l’empatia, l’intelligenza emotiva: In che modo esercito potere nella relazione?

Stimolare, attraverso specifici programmi e terapie, la dimensione riflessiva intesa come capacità di conoscere se stessi e attribuire agli altri stati mentali legati a sentimenti, credenze e aspettative (Fonagy, 1995). Spesso, con gravissime conseguenze, talvolta letali, sulle vittime, la rabbia è l’unica emozione che l’uomo si consente di sentire, senza avere accesso a ciò che sottende, alla paura, al senso di inefficacia. Comuni meccanismi difensivi pericolosi sono minimizzare, negare, attribuire la responsabilità alla vittima.
Questo non deve più accadere.

In questa riflessione sul possibile trattamento dell’uomo autore di violenza, viene toccata solo una parte di tale violenza, consapevoli della gravità e dell’esistenza della violenza di donne nei confronti di uomini e tra persone dello stesso sesso, e una minima parte di tutte le forme di violenza, discriminazioni, abusi, maltrattamenti, anche verso i minori.
Proviamo a ripartire dai bisogni emotivi degli esseri umani: il bisogno di riconoscimento, di essere amati, di appartenenza e di protezione.

“Sei una giovane battagliera…
armiamoci, sì.
Io di un pennello,
tu cosa impugnerai?”

Diventiamo pennelli,
tutti, uomini e donne.

Martina Nelly Sbrana

Riferimenti
Banti, A. (2015). Artemisia. Milano: SE.
Grifoni, G. (2016). L’uomo maltrattante. Dall’accoglienza all’intervento con l’autore di violenza domestica. Milano: Franco Angeli.
Muscialini, N., De Maglie, M. (2017). In dialogo. Riflessioni a quattro mani sulla violenza domestica. Città di Castello: Settenove.
Blanca Teatro, Laboratorio permanente
C.A.M. “Centro di Ascolto per Uomini Maltrattanti” (Firenze)
O.M.S. Organizzazione Mondiale della Sanità

Covid-19: effetti psicologici ed emotivi negli adolescenti

QUALI VISSUTI PSICOLOGICI ED EMOTIVI ASPETTARSI DAI NOSTRI RAGAZZI E RAGAZZE E COME RISPONDERE

“MI FANNO SCHIFO QUESTE NUOVE REGOLE!!!”

Tutti i video in cui attori, cantanti, sportivi e influencer che ami ti raccomandano di seguire le regole sia in casa che fuori casa non ti hanno convinto?
Ricordati che sei parte DI UNA COMUNITA’, che le tue azioni hanno un impatto non solo su te stesso ma anche sugli altri e che questi altri sono anche i tuoi amici/e e le
persone a cui tieni. Rispettare le regole, in questo caso, ti rende molto più figo dell’infrangerle.

#QUIVATUTTOMALE

In questo periodo è normale avere l’umore a terra. Sforzati di parlare con qualcuno di cui ti fidi e prova a raccontargli come ti senti.
Parlare non cambia la realtà delle cose ma di sicuro ti aiuta a sentirti più leggero e a renderti conto che non sei l’unico a provare questo tipo di emozioni. Il confronto con gli altri a volte permette di trovare un modo diverso di guardare la realtà.

“C’HO L’ANSIA!”

L’ansia è un emozione sana, utile e protettiva. Ci mette in allerta e ci aiuta a orientarci verso la sicurezza.
NON ANDARE IN PARANOIA! Prova a spostare l’attenzione da te stesso verso gli altri, cercando d essere cooperativo e collaborativo.
Aiutare gli altri ti dà fiducia in te stesso e nelle tue capacità di affrontare le sfide.

“ODIO QUESTA MASCHERINA!
ODIO LE REGOLE! ODIO TUTTI!”

E’ normale inferocirsi un po’quando ci si sente ingabbiati in delle regole e in un ambiente che si presenta diverso da come lo abbiamo sempre vissuto.
Ti senti come una pentola a pressione sul punto di esplodere? Prova a spiegare a chi ti sta vicino che a volte fai fatica a controllare quello che senti e CHIEDI SCUSA quando ti arrabbi per un tuo stato d’animo e non per motivi reali.
Prova a sfogare questa rabbia facendo attività fisica o altro.

“E SE IL COVID NON FINISSE MAI?”

Parlare di come ti senti può aiutarti a ridimensionare quello che provi. Fai qualcosa che ti riporti ad uno stato di calma, in rete trovi molti esercizi di respirazione o di rilassamento (come il Training Autogeno di Schultz).
Ascolta le tue canzoni preferite o dedicati a qualche attività piacevole che ti aiuti a concentrarti su un’azione concreta distraendoti dal vortice dei pensieri negativi.

“FARE GRUPPO DISTANZIATI???? E’ UNO SCHIFO!”

Durante questo periodo di vita si condivide tutto con il gruppo. Il confronto con i coetanei è funzionale alla ricerca di una propria definizione: l’altro restituisce un’immagine e questo contribuisce alla creazione di una nuova identità per l’adolescente. Dobbiamo abituarci a queste nuove regole di distanziamento per il bene stesso che vogliamo ai nostri amici e amiche. Dopotutto anche se non c’è contatto, potete sempre parlarvi e condividere segreti.

E I RAGAZZI/E CON BISOGNI SPECIALI?

I ragazzi che non possono comunicare le loro emozioni o che hanno difficoltà nel
farlo, se non attraverso i loro comportamenti o peggio con il ritiro, hanno bisogno di parole!
Le figure di riferimento avranno il compito di mettere parole al loro silenzio ed utilizzare gli stessi comportamenti di rassicurazione anche quando non c’è una richiesta esplicita. Spiegare con parole semplici cosa sta accadendo e dare loro sicurezza.

Dott.ssa Francesca Ammogli
Psicologa, Psicoterapeuta

“Se vuoi l’arcobaleno devi rassegnarti a sopportare la pioggia” Dolly Parton

Bibliografia

• Lauretti G., Verardo A. R., (2020). [Slide in pdf della presentazione del libro “Noi,
adolescenti ai tempi del coronavirus]. Associazione EMDR Italia
• Verardo A. R., (2020). [Slide in pdf del workshop “Covid-10: esiti di una
pandemia”]. Associazione EMDR Italia.
• Unicef, per ogni bambino (2020). “Come gli adolescenti possono salvaguardare la
propria salute durante il coronavirus (Covid-19)”.

Teatro e Terapia: riflessioni tratte dal Progetto “Diverse abilità: il linguaggio del corpo”

“Teatro” consiste nel produrre
rappresentazioni vive di fatti
umani tramandati o inventati, al
fine di ricreare.
Compito del teatro, (…), è di
ricreare la gente.
Brecht, “Scritti teatrali”


Cosa significa essere “attori”? Cos’è la creatività?
Essere partecipi delle proprie scelte, della propria vita, essere “attivi”: gli attori agiscono. Accompagnare la persona a prendere coscienza della propria dimensione creativa, attraverso la valorizzazione delle qualità individuali, permette la nascita di una nuova visione, nella quale la diversità di ognuno di noi diventa l’elemento al quale ispirarsi.

Il percorso laboratoriale diventa una scoperta di Sé, delle peculiarità naturali: mettersi in gioco, (ri)scoprirsi portatore di un messaggio personale, della capacità intrinseca di trasmettere fiducia e fidarsi.
Esercizi di movimento nello spazio permettono di sperimentare quanto ogni singolo elemento sia fondamentale per il funzionamento del gruppo. Si stimola il contatto tra i partecipanti e la ricerca di un ritmo collettivo. Un’occasione di incontro e confronto con l’Altro, attraverso il dialogo del corpo: un costruire con i
compagni (Vopel, 1996).

II coinvolgimento a livello fisico facilita l’accesso al mondo emotivo: diventa possibile intravedere l’espressività del linguaggio silenzioso del corpo fatto di gesti, sguardi e movimenti, i quali inviano messaggi a se stessi e all’Altro.
Momenti di commento rispetto all’esercizio appena svolto permettono la riflessione
sull’indipendenza ed interdipendenza tra i membri: ognuno fa un percorso personale che va ad intrecciarsi con quello del gruppo.

Lo spazio da condividere è uno spazio fisico e uno spazio mentale insieme, alla ricerca di un equilibrio dei corpi e della mente; è, per questo, essenziale imparare ad ascoltare i movimenti dell’altro, cooperare in un’atmosfera di rispetto reciproco.
Le informazioni che la persona riceve, muovendosi con gli altri nello spazio, spesso
conducono a nuove visioni di sé (quello che Yalom -2005- chiama “apprendimento
interpersonale”).

“L’arte dell’attore consiste nell’organizzare il proprio materiale, cioè nella capacità di utilizzare in maniera giusta i mezzi espressivi del proprio corpo”, Mejerchol’d

Grazie al percorso con elementi della scuola teatrale, viene facilitata l’espressione del potere personale (Rogers, 1961) dei partecipanti, mettendo al centro la Persona
e la Relazione.

Martina Nelly Sbrana

Assertività

Spesso capita nelle relazioni che ci diciamo (o ci sentiamo dire) che dovremmo essere più assertivi.

Ma cos’è esattamente l’assertività?
Possiamo definire assertività come quella capacità che permette ad una persona di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie opinioni ed emozioni riuscendo a rispettare, sia se stessi, che l’altro; l’assertività infatti è strettamente collegata ad un
contesto relazionale in cui due o più persone si trovano a comunicare tra di loro idee, opinioni, emozioni, bisogni.
Ci può capitare di avere difficoltà ad esprimere le nostre opinioni se ci sentiamo aggrediti o prevaricati dal nostro interlocutore, altre volte invece potremmo essere noi a prevaricare sull’altro senza magari rendercene conto.
Nella prima situazione saremo di fronte ad uno stile comunicativo passivo, nella seconda, invece, ad uno aggressivo.
La passività e l’aggressività sono i due estremi opposti di una modalità comunicativa che vede al centro proprio l’assertività.

Ciò che caratterizza, infatti, una relazione assertiva è la capacità di riuscire a dire o chiedere qualcosa rispettando i propri bisogni e quelli altrui, senza aggredire l’interlocutore (in questo modo rispetto me stesso/a, ma non l’altro), né farsi schiacciare da lui (in questo modo rispetto l’altro ma non rispetto me stesso/a).
Riuscire a mettere in atto un comportamento assertivo significa riconoscere i diritti che ogni persona ha e che nessuno può violare (i cosiddetti “diritti assertivi”). Una
relazione tra due o più interlocutori si può definire assertiva se questi diritti vengono rispettati, nel caso in cui vengano violati, invece, si rischia di sconfinare in una relazione che ha caratteristiche di passività o di aggressività, prevaricando o
lasciandoci prevaricare.

Ma vediamo in dettaglio quali sono questi diritti.

Il diritto di essere se stessi.
Il diritto di agire in modo da difendere il proprio valore e la propria dignità senza
ledere l’integrità altrui.
Il diritto di avere bisogni e necessità anche diversi da quelli delle altre persone.
Il diritto di chiedere (ma non di pretendere!) ciò di cui si ha bisogno.
Il diritto di giudicare il proprio comportamento, i propri pensieri, le proprie
emozioni e di assumersene la responsabilità, accettandone le conseguenze.
Il diritto di essere anche illogici nelle proprie scelte.
Il diritto di non offrire ragioni o scuse per giustificare il proprio comportamento.
Il diritto di dire “no” senza sentirsi in colpa.
Il diritto di dire “non so” o “Non capisco”.
Il diritto di cambiare opinione.
Il diritto di commettere errori e di assumersene la responsabilità.
Il diritto di valutare se assumersi la responsabilità di trovare soluzioni ai problemi
degli altri.
Il diritto di non rendere sempre al massimo delle proprie possibilità.

(Baggio, 2004; Bauer et al., 2002; Pedrotti, 2008).

Ma come possiamo allora migliorare la nostra comunicazione al fine di renderla maggiormente assertiva?
Vediamo in dettaglio qualche strategia.

  • Analizzare il problema specifico (cosa è successo e come ho reagito in quella specifica occasione?)
  • Mettere a fuoco alternative possibili (cosa avrei voluto fare di diverso rispetto a ciò che ho fatto?)
  • Sperimentare nuove soluzioni (individuare nuove modalità di relazionarsi che siano più funzionali e maggiormente utili al raggiungimento del nostro obiettivo, e al tempo stesso che garantiscano il rispetto di sé e dell’altro).

Bibliografia

Baggio F. , a cura di Assertività e training assertivo . Teoria e pratiCa per migliorare le capacità relazionali dei pazienti, 2013, Milano, Franco Angeli.

Il DOC (disturbo ossessivo compulsivo) nei bambini: conoscerlo e smascherarlo

CHE COS’E’ IL DOC? IMPARIAMO A CONOSCERLO Il DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni, cioè pensieri, immagini o impulsi intrusivi da cui il paziente si sente perseguitato e angosciato, e compulsioni, ovvero rituali comportamentali o mentali messi in atto per diminuire l’ansia provocata dalle ossessioni.Le ossessioni sono pensieri incontrollabili e intrusivi tali da condizionare il funzionamento sociale, scolastico o lavorativo e compromettere la qualità di vita del paziente. Le compulsioni invece sono dei comportamenti ripetitivi che la persona mette in atto in risposta a un’ossessione, che seguono delle regole e che devono essere applicate rigidamente e non possono essere interrotte o modificate. LA “MALATTIA DEL DUBBIO”Il DOC viene anche chiamato la malattia del dubbio: i pazienti infatti spesso dubitano dei loro pensieri, delle loro percezioni e delle loro credenze. Il ciclo continuo del DOC è caratterizzato dall’ emergere delle ossessioni che determinano l’ansia, per tentare di ridurre l’ansia il soggetto mette in atto le compulsioni ottenendo un sollievo temporaneo; purtroppo dopo poco tempo si generano altre ossessioni e il ciclo ricomincia.

IL DOC NEI BAMBINIIl DOC esordisce nell’80% dei casi tra i 10 e i 40 anni, con due picchi di prevalenza tra i 15 e 20 anni, con prevalenza per il sesso maschile e per i sintomi compulsivi, e tra 20 e 25 anni, più frequenti nel sesso femminile e con prevalenza delle ossessioni.Nel 15% dei casi si manifesta prima dei 10 anni. Quando il disturbo si presenta nei bambini è definito << a esordio precoce>>. Rispetto ai sintomi, nei bambini non è sempre vero che le compulsioni sono eseguite per neutralizzare le ossessioni o prevenire eventi temuti: molti bambini non sono in grado di esprimere o dicono di non avere pensieri ossessivi. Le compulsioni dei bambini possono essere atipiche, cioè legate a sensazioni fisiche o sensoriali, ovvero il bambino avverte una sensazione di fastidio che lo porta ad effettuare particolari rituali che possono essere: di scrittura (ricalcare più volte le lettere o i puntini sulle i), di respirazione e annusamento (Annusare sempre un oggetto quando lo si prende in mano), oppure meramente tattili (picchiettare continuamente o toccare un determinato numero di volte certi oggetti). In generale, le manifestazioni più comuni del DOC nei bambini sono la paura di contaminazione, di far del male agli altri o a se stessi e le ossesioni di simmetria e ordine.COME INDIVIDUARE IL DOC NEL PROPRIO FIGLIOPurtroppo individuare il DOC in età infantile può essere complicato per tre motivi:

  1. in età infantile molti comportamenti normali sono simili a quelli ossessivi-compulsivi e pertanto risulta complesso per genitori e insegnanti comprendere il limite tra normalità e patologia.
  2. i rituali ossessivo-compulsivi sono vissuti dal bambino come insensati, fonte di imbarazzo e vergogna, e vengono perciò tenuti il più lungo possibile nascosti ai genitori
  3. il grado di insight (consapevolezza di malattia) è spesso molto limitato nei bambini tant’è che il bambino stesso sembra non essere particolarmente preoccupato dei suoi sintomi.

Per tutti questi motivi è importante riuscire ad individuare una linea di confine tra il comportamento normale tipico dell’età e quello che porterà al futuro sviluppo del disturbo. Se avete un sospetto rivolgetevi sempre ad un professionista che, attraverso un efficace processo diagnostico, potrà rilevare i sintomi e comprendere al meglio la possibile presenza o meno dell’esordio del disturbo.COSA POSSONO FARE I GENITORICome detto precedentemente i bambini con DOC tendono a nascondere i loro sintomi ai genitori perchè provano vergogna, è quindi compito del genitore intercettare il disagio del figlio, ecco alcune regole dell’accettazione ed incoraggiamento:

(tratto dal libro “Ossessioni e compulsioni nel bambini”, Erickson)

Dott.ssa Francesca Ammogli

Autostima

L’autostima si può definire come la valutazione che la persona ha di se stessa all’interno delle relazioni con le altre persone.


Qual è il mio valore?
Come mi vedo in relazioni agli altri?
Quanto mi sento capace?
Quanto mi sento degno/a di essere amato/a?


L’autostima è uno degli aspetti fondamentali per vivere la vita e le relazioni in modo pieno e soddisfacente.
Spesso si può venire a creare una discrepanza tra il Sé Percepito (ciò che penso di essere, come mi vedo, l’immagine che ho di me) e il Sé Ideale (come vorrei essere). Se queste due dimensioni sono tra loro eccessivamente distanti, possono dar origine ad una bassa autostima.

Mi sento inadeguato/a.
Non sono abbastanza (capace, amabile, attento/a, ecc…).
Mi sento insicuro/a, ho paura di sbagliare.
Non sarò mai come gli altri.
Non riesco a prendere mai una decisione.
Forse sono io che sono sbagliato/a?
Questi sono alcuni dei pensieri e delle emozioni che possono essere tipiche di una persona con bassa autostima.
A volte ci capita di cercare negli altri l’approvazione e la conferma del nostro valore: certamente l’opinione altrui è importante, ma, da sola, non potrà essere sufficiente a darci ciò di cui abbiamo realmente bisogno, se non per brevi istanti. Ciò che, invece, può aiutare a rafforzare la propria autostima, è la possibilità di lavorare su se stessi, imparando a scoprire e valorizzare i propri punti di forza, accettando maggiormente i propri limiti, e provando ad assumersi qualche piccolo rischio nelle nostre giornate quotidiane.

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Giovani insieme agli adulti Combattere il turbamento da pandemia

Dall’ inizio della pandemia insieme alla salute fisica è stata chiamata in ballo anche la salute mentale.
Lo stato di emergenza può far persistere il forte impatto emotivo dovuto al COVID-19, ma anche rischiare di perdere di sensibilità emotiva.
Gli adulti si trovano a correre per ovviare agli impegni, anche tra le stesse mura domestiche, ma spesso con la testa altrove.
Le persone non sono a oggi preparate a far fronte a tutto questo, non è possibile ricordare una situazione simile a questa, tanto meno individuare dei modelli di comportamento vincenti.
E così le conseguenze di un prolungato stato di turbamento possono avere ricadute sul sonno, portare a disturbi psicosomatici, depressione e ansia.
L’insicurezza che genera il COVID-19 potrebbe talvolta sfociare in crisi psichiche in diverse età.
Se questo accade a un adulto di riferimento per un bambino e per un ragazzo, cosa succede ai giovani e ai giovanissimi? Il loro bisogno di attenzioni e sicurezza potrebbe venire intaccato e nonostante imparino presto a tollerare i comportamenti degli adulti e sopportare la frustrazione che ne deriva, questo non toglie che sia doveroso ricavarsi comunque del tempo e dello spazio per loro.

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Raccontare e condividere la propria esperienza come persona con i propri difetti, limiti e difficoltà, senza incarnare necessariamente il ruolo di genitore, insegnante, educatore perfetto. Farà bene all’adulto come al giovane.
Spiegare correttamente quel che succede nei limiti di quel che sono in grado di elaborare per la loro età, diventa per loro un momento di ulteriore responsabilizzazione, più di quanto non siano già in grado di fare (pensiamo ai bambini con malattie croniche – AGDITALIA, 2013).
Non accalorare il discorso con uno stato di paura e angoscia. Il “come” si parla è ancor più importante del “cosa” si dice, essendo maggiormente in grado di cogliere le emozioni che i contenuti. Lasciare spazio all’ascolto di possibili domande da parte loro.

Cosa è possibile fare?

Perché tutto questo?

Questo perché una delle cose che aiuta maggiormente gli individui di qualsiasi età nel ridurre l’incertezza è avere quante più informazioni possibili.
Qualsiasi comunicazione ai bambini e ai ragazzi può essere l’occasione di lasciarci stupire dalle loro reazioni e di rafforzare ancor di più il loro percorso di responsabilizzazione, sia nella cura di loro stessi che degli altri.

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RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

AGDITALIA (2013).
Documento strategico di intervento integrato per l’inserimento del bambino, adolescente e giovane con Diabete in contesti Scolastici, Educativi, Formativi al fine di tutelarne il diritto alla cura, alla salute, all’istruzione e alla migliore qualità di vita.

Sara Salvietti

Resilienza: affrontare le avversità, superarle e rimanere se stessi

In psicologia, la resilienza è la capacità dell’uomo di affrontare e superare le avversità della vita. E’ inoltre una capacità che può essere appresa e che riguarda prima di tutto la qualità degli ambienti di vita, in particolare i contesti educativi, qualora sappiano promuovere l’acquisizione di comportamenti resilienti.
Ci sono possibilità di sviluppo della resilienza, quelle che sono comprese nelle risorse personali e sociali, tra queste possiamo nominare: l ́ autostima positiva, i legami affettuosi significativi, la creatività naturale, il buon umore, una rete sociale e di appartenenza, una ideologia personale che consenta di dare un senso al dolore, in modo da diminuire l’aspetto negativo di una situazione conflittuale, permettendo la visione di alternative di soluzione davanti alla sofferenza.

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Dott.ssa Francesca Ammogli

Riflessioni sulla migrazione Partir… migrer…

Nel 2013 sono partita per la Francia, direzione Sceaux per la precisione (che per magia si pronuncia “So”), una benestante cittadina dell’Ile de France. Avevo da poco finito l’Università… il 12.12.12, sempre per la precisione! Mi aspettavano 6 mesi di tirocinio post-lauream a St Cyrl’Ecole (San Ciro la Scuola, ebbene sì) in un Ospedale diurno per adolescenti con disturbi psichiatrici e bambini autistici. Un bel salto dalla vita da studentessa universitaria fuori porta, perché sì, in effetti, già nel 2006 partii…migrai a Parma, iscritta al primo anno di Psicologia, Scienze del comportamento e delle relazioni interpersonali e sociali (…per la solita precisione). Si parte, si emigra… Sono partita verso la Francia per unire la passione per la lingua francese e la psicologia.
Lì incontro L’Altro. Un Altro che, dall’alto della professione psichiatrica, dice ad un paziente ironizzando su un’incomprensione linguistica: “Cosa dice, la rimandiamo a mangiare spaghetti?”, riferendosi a me, e l’Altro che, dalla pienezza del suo Credo musulmano, mi rivolge quella carezza di comprensione che sarei riuscita a darmi solo quattro anni dopo, dicendomi: “Tu veux etre un ange?”, sorridendo e sonorizzando lo svolazzare di ali sante. L’Altro… Nel 2016, altra meta: Bordeaux. Nell’associazione di psicologia transculturale nella quale ho lavorato per un mese, ho incontrato Altri, originari di Spagna, Ciad (come mi è stato insegnato, il Cuore dell’Africa), Germania, Tunisia, Brasile, Francia.

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Questa la squadra di psicoterapeuti, mediatori culturali, psichiatri.
Insieme per cercare di alleggerire la zavorra emotiva di altri Altri che sono partiti, emigrati dal loro Paese per Passione, una Passione sofferta, vissuta, imposta, violata. Ho avuto l’onore di partecipare ai racconti condivisi, alle atrocità subite, ai sogni rivelati, al desiderio di riscoprirsi attori della propria esistenza.
Tobie Nathab è psicologo clinico dell’Università di Parigi VIII e direttore del Centro George Devereux per l’aiuto alle famiglie immigrate. Nathab parla di Ricchi stranieri: “Lo straniero, anche il più bisognoso, è ricco delle lingue che porta con sé, ricco di odori e sensazioni, ricco soprattutto di spiegazioni, di esseri, di oggetti di cui diviene, per la magia del viaggio, rappresentante presso di noi. (…) ricchi stranieri piuttosto che poveri immigrati” (Mantovani ,2004). Porre l’attenzione sulla ricchezza dell’Altro, mettere in discussione il proprio sistema di valori, fare in modo che le conoscenze terapeutiche e l’esperienza professionale possano facilitare un processo di recupero e disvelamento di ricchezze proprie della Persona; ricchezze silenti, trascurate in funzione della sopravvivenza, della speranza e dell’omologazione alla nostra Società, pericolo nella salvezza. Le appartenenze e le identità culturali non sono realtà omogenee, bensì spazi di scambio, risorse per l’azione, narrazioni da una parte condivise e contemporaneamente contrastate.
Nei racconti che ho avuto modo di ascoltare e nell’accompagnamento nel percorso di cura di persone immigrate, emergono con molta frequenza le caratteristiche del Disturbo Post-traumatico da stress (DPTS). Nel DPTS la vittima è resa inerme da una forza soverchiante, un’esperienza minacciosa estrema, insostenibile e inevitabile; l’individuo si trova sopraffatto e le normali capacità di adattamento non sono più sufficienti (Hermann, 1992b). In questo modo, mente e corpo iniziano a reagire modificando il funzionamento dei diversi sistemi e provocando sintomi intrusivi (rivivere l’evento nella propria mente), sintomi di evitamento (di luoghi o persone), aumento dell’attenzione e percezione costante di pericolo imminente: ciò che rende traumatico un evento è la percezione soggettiva del pericolo.
Distinguere chi fugge per una guerra da chi scappa dalla povertà, in modo da accogliere i primi e contrastare i secondi: “roba dell’a(A)ltro m(M)ondo”, riprendendo le parole di una persona cara.
Il trauma psichico è il dolore degli impotenti (Hermann, 1992).
Partir, migrer…

…reflechir.

Martina Nelly Sbrana

BIBLIOGRAFIA:

HERMAN, J.L. (1992B) TRAUMAAND RECOVERY, BB, NEW YORK. TR. IT GUARIRE DAL TRAUMA, ED. MA.GI, ROMA, 2005.
MANTOVANI, G. (2004). “INTERCULTURA”, ED. IL MULINO.
MESTRE C., MORO, M.R.
(2008), PARTIR, MIGRER. L’ÉLOGE DU DÉTOUR, ED. LA PENSÉE SAUVAGE.

AVANTI ALLE ESPERIENZE NELLA NATURA

Photo by Sara Salvietti

La stanchezza incide inevitabilmente sull’efficienza della competenza mentale, sul livello di attenzione di un individuo. Per questa ragione, poter aiutare a ripristinare adeguati livelli di attenzione può diventare una questione di una certa urgenza.
Trascorrere del tempo in ambienti che facilitano questo recupero, aiuta così a ripristinare una capacità vitale.
Dalla sua nascita la psicologia ambientale ha studiato l’interazione individuo – ambiente ovvero l’influenza dell’ambiente sulle esperienze umane, sul comportamento e sul benessere, così come l’influenza degli individui sull’ambiente stesso. Anche una semplice pianta indoor all’interno di un ambiente artificiale può portare effetti benefici sulla salute (Park, 2006).
Più che ci chiudiamo nelle mura domestiche e più qualsiasi contatto con la natura acquista valore.

La natura è una componente importante nella vita delle persone e più l’ambiente è ricco di biodiversità e più il benessere psicologico aumenta.
Il contatto con la natura rigenera il pensiero, sviluppa emozioni positive e contribuisce alla creazione di un senso di identità.
Se l’uomo a cospetto della natura è per di più un passivo osservatore, la natura diventa un soggetto attivo e capace di “affascinare” (Kaplan, 2001).
A contatto della natura è l’attenzione che entra in gioco, ed è proprio lei che si può riposare e rigenerare, migliorando così le capacità cognitive e l’umore della persona.

RICERCA BIBLIOGRAFICA

Kaplan S. (2001). “Meditation, restoration and the management of mental fatigue”. Environment and Behaviour, 33(4), 480-506 Park, S.-H. (2006). Randomized clinical
trialsevaluating therapeutic influences of ornamental indoor plants in hospital
rooms on health outcomes of patientsrecovering from surgery. PublishedDissertation,
Kansas State University.

Sara Salvietti