Rabbia: lettura e significati di un’emozione “scomoda”

Tra le varie emozioni che si provano nel momento in cui ci relazioniamo con gli altri, vi è la rabbia, considerata spesso un’emozione “scomoda” e di difficile accettazione sociale, perché quando ci si arrabbia, si perde il controllo e si può arrivare a ferire l’altro (aspetto di cui poi spesso ci pentiamo).

La rabbia in realtà può avere una funzione adattiva molto importante: è un “termometro” che ci fornisce un parametro della soddisfazione dei bisogni interni della persona, è indice di un malessere e strumento per apportare un cambiamento nella persona stessa, verso un maggior benessere. Può essere letta anche come un’emozione di “confine” che mi dà una misura di come mi sento, che mi dice ciò che non mi piace più e mi fornisce quindi una spinta a cambiare, a mettere un “confine” funzionale tra me e gli altri.

Secondo Valentina D’urso (2001), la rabbia spesso viene vista come un’emozione “pericolosa”, fuori dal nostro controllo, questo accade perché nel momento in cui ci arrabbiamo, abbiamo la sensazione di essere in balia di qualcosa di “più grande di noi” che non siamo in grado di controllare. La rabbia ci spaventa tanto perché ci fa sentire nudi, “allo scoperto”, privi del nostro controllo e della nostra lucidità, qualità, queste, che ci distinguono dagli animali e ci fanno considerare persone civili, in grado di risolvere i propri problemi in modo pacifico e razionale.

Arrabbiarsi viene spesso considerato un processo di accumulo, dall’andamento variabile, che ha un periodo iniziale di incubazione seguito da un momento di scoppio (da qui l’immagine della pentola a pressione che trattiene il vapore e poi lo rilascia tutto insieme), per poi dirigersi verso una riduzione dell’arousal e finire con un ritorno ad uno stato di calma.

Ogni emozione ha una sua specifica “funzione”: la rabbia, per esempio, è l’emozione dell’attacco, cisì come la tristezza è quella del raccoglimento e del risparmio di energie.

Tra le varie emozioni, potremmo dire che la rabbia è quella in assoluto più corporea e quindi anche quella che viene maggiormente somatizzata, cioè “ripiegata” su altri organi se non trova pieno diritto di cittadinanza da parte del soggetto che la prova. È come un fiume in piena, carico di energia che potrebbe distruggere qualsiasi cosa; ma se legittimata e adeguatamente gestita può diventare funzionale. La rabbia è strettamente connessa all’intimità e al sistema valoriale della persona: mi arrabbio quando sento che i miei valori o i miei bisogni vengono a qualche livello violati.

Vediamo ora le tipologie di rabbia che possono esistere sempre secondo la D’urso (2001):

  • rabbie costruttive: hanno l’obiettivo di aggiustare la situazione, di ottenere dei cambiamenti e rafforzare la relazione con la persona con la quale ci si arrabbia;
  • rabbie malevoli: hanno lo scopo di danneggiare l’altro o di vendicarsi, si colpisce volutamente l’altra persona nei suoi punti deboli, ledendo la sua autostima. Questo tipo di rabbia porta a indebolire o addirittura rompere la relazione;
  • arrabbiature di sfogo: hanno lo scopo di dare libera espressione ad una tensione momentanea, ma senza nessuno scopo ben preciso, è la tipologia di rabbia più frequente dovuta anche alle irritazioni che tutti noi ci troviamo a provare quotidianamente, ad esempio stare imbottigliati nel traffico per un’ora mentre si sta cercando di raggiungere il posto di lavoro.

Inoltre, la rabbia è sempre portatrice di un messaggio implicito o esplicito che ci dà informazioni sul qui ed ora (dove siamo e come stiamo in questo preciso momento), e sul futuro (dove vogliamo dirigerci nella gerarchia di soddisfazione dei nostri bisogni). La parola emozione porta con sé un duplice significato: uno statico (lo stare con l’emozione che si manifesta) e uno dinamico (emozione dal latino “e-movere”, l’andare verso qualcosa di nuovo e di migliorativo). La rabbia, quindi, come altre emozioni, è portatrice di un messaggio che favorisce la possibilità di modificazioni future. Imparare a leggere la rabbia propria o altrui, e in particolar modo la “grammatica della rabbia” citata dalla D’Urso (2001), significa individuare il significato sottostante a questa emozione che indica un segnale di qualcosa che non ci va più bene, che non siamo più disposti ad accettare perché non soddisfa più i nostri bisogni, in questo senso la rabbia assume un significato adattivo.

Anche l’autore Bramucci (2009) riconosce, tra le varie funzioni che ha la rabbia, quella di posizionare un confine, di ripristinare la giusta distanza nelle relazioni interpersonali.

Ci arrabbiamo perché qualcuno o qualcosa ha oltrepassato un limite per noi invalicabile, ci ha invaso psicologicamente o fisicamente; in questi termini la rabbia diventa quindi un segnale di confine che delimita il nostro “spazio” personale (spazio inteso come insieme di bisogni soggettivi o come spazio corporeo) da quello esterno, oltre il quale non gradiamo che avvengano intrusioni.

Secondo Lerner (1985), quando siamo di fronte ad una situazione di rabbia, spesso tendiamo a reagire in due modi opposti, ma entrambi faccia della stessa medaglia perché ci impediscono la possibilità di cambiare la situazione che non ci soddisfa più: una prima modalità è quella di cercare di cambiare l’altra persona per adeguarla il più possibile a noi, a quelli che sono i nostri bisogni e le nostre esigenze. L’altra persona si mette in una posizione difensiva perché ovviamente non vuole cambiare e noi ci sentiamo frustrati per non aver compiuto la nostra missione. Nel secondo caso adottiamo il distacco emotivo, cioè ci distanziamo emotivamente dalle persone coinvolte nella danza.

Bramucci (2009) parla di stare con la rabbia (p.97), riconoscerla, non rifiutarla, non cercare di escluderla dal nostro mondo emotivo, ma di stare con lei, di ascoltarla, di rimanere in contatto con il proprio vissuto e darle voce, legittimandola. Solo in questo modo la rabbia potrà fare il suo corso e lentamente placarsi.

Durante il percorso terapeutico si cerca di far capire al cliente cosa significhi per lui la sua rabbia e quali siano le situazioni in cui questa si manifesta, in altre parole si tende ad aumentare la conoscenza di se stessi, questo perché conoscersi rende le persone più mature, più forti e più ricche, oltre a ridurre la loro angoscia.

BIBLIOGRAFIA

  • Bramucci, A. (2009) R come rabbia, Cittadella Editore, Assisi.
  • D’Urso, V. (2001) Arrabbiarsi, Il Mulino, Bologna.
  • Lerner H. G. (1985) The dance of anger, HarperCollins Publishers, New York. Trad. it. La danza della rabbia, Tea, Milano, 1998.

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Danzatori del Sé – Percorsi di DMT (Danza Movimento Terapia di Art Therapy italiana) all’interno dei contesti di formazione professionale per danzatori.

Danzatrice Daw Dancer at work scuola di formazione professionale di Eugenio Buratti.

Il mondo della formazione professionale per un danzatore rappresenta necessariamente un’occasione fondamentale di studio, approfondimento e sviluppo di abilità tecniche e competenze corporee. Tuttavia la mia esperienza personale e professionale – in primo luogo come danzatrice, insegnante e successivamente come DanzaMovimento terapeuta – mi ha portato a riflettere sui limiti dei contesti formativi per danzatori, che tendono a privilegiare l’aspetto tecnico ed estetico, senza connettere le competenze corporee con il senso percettivo del sé e senza promuovere l’ascolto delle risonanze emotive che il movimento può creare. 
È da questa riflessione che nasce la mia proposta di ampliare il piano di studio del gruppo di danzatori che seguo, affiancandolo ad un percorso parallelo di DanzaMovimentoTerapia; difatti ritengo che esso possa completare la loro formazione in qualità di artisti, rendendoli più consapevoli sia delle loro competenze tecniche che delle loro risorse interne nell’espressione del Sé.
In questi contesti formativi, troppe volte la danza si spoglia della propria valenza espressiva collegata al proprio mondo interiore, assumendo i connotati di una continua ricerca esclusiva volta ad adeguare il proprio corpo a modelli tecnico/estetici predefiniti, correndo però il rischio di limitare la percezione della propria vitalità e separando il proprio Sé dal corpo danzante. 
Pertanto, nel proporre progetti di DanzaMovimentoTerapia appositamente strutturati per danzatori professionisti, ho sentito un forte bisogno di “ritorno alle origini”: rinunciare alla tecnica per ripristinare un senso di connessione e percezione corporea, in un percorso che legittimasse il corpo nel suo essere nuovamente parte integrante del Sé, contenitore di esperienze, emozioni e sensazioni.
Ripristinare un senso di connessione tra il proprio corpo e il proprio mondo interiore non è un processo semplice per un danzatore: all’interno di questo percorso di ricongiunzione con il sé, egli è chiamato a “spogliarsi” dell’idea che il movimento possa essere solo esclusivamente performativo, ed e’ invitato a disimparare ciò su cui si è trovato a lavorare in anni di formazione. Si trovera’ pertanto di fronte ad una richiesta nuova: non più eseguire un movimento – rispecchiando esclusivamente le indicazioni del coreografo o dell’insegnante – ma vivere il movimento, abbandonando il conosciuto per guardare dentro di sé e dare voce a sensazioni, emozioni ed immagini interne.

È proprio il raggiungimento di questo obiettivo – la costruzione di un ponte di congiunzione tra il proprio sé e la sua manifestazione nel corpo – che consentira’ al danzatore il recupero di collegamenti con i processi vitali della propria fisicità e di conseguenza della vita stessa: L’impulso che porta al movimento non è più dunque qualcosa di ricercato all’esterno – nell’estetica, nella tecnica – ma dentro di sé, assumendo così connotati intimi e affettivi.
Il movimento diventa così un linguaggio nuovo – non imposto dall’esterno o da dover “cucire sul corpo” – ma espressione personale e vitale; i gesti non sono più soffocati dalla sovrastruttura estetica, ma diventano strumento per comunicare processi interni, attingendo alla dimensione presente ma anche alla storia pregressa del partecipante. La neonata integrazione mente-corpo, favorita dalla DanzaMovimentoTerapia, apre la strada per recuperare parti di sé non rintracciabili, se non all’interno della propria memoria corporea, favorendo cosi’ un’elaborazione ed integrazione inconscia del proprio vissuto personale.

Nella mia esperienza di danzatrice-insegnante, l’incontro con la DMT ha segnato l’inizio di una inversione di rotta nella percezione del mio corpo. Il mio background di danzatrice ha da sempre influito sul modo in cui io stessa intendessi il movimento: un vestito da adeguare al corpo. Non mi ero mai soffermata a chiedermi: “Dove sono io mentre mi muovo?”, “Come faccio a creare un movimento partendo da me?”, “Come posso usare il mio corpo per comunicare le mie emozioni più intime, a quali parte di me danno voce i movimenti?”.
Ho sentito nei danzatori professionisti – partecipanti ai miei gruppi di DMT – il sorgere degli stessi interrogativi. E d’altronde, come è possibile immaginare di utilizzare diversamente il proprio corpo, quando per diventare danzatori si è sacrificata la maggior parte della propria adolescenza a tale progetto? Un’età delicata – l’epoca dei conflitti – che acuisce la percezione di inadeguatezza del proprio corpo; un adulto in via di formazione ancora non completamente indipendente e con un futuro davanti ancora non chiaro nemmeno a se stesso.
Il danzatore si trova tante ore della propria giornata in sala danza, spesso di fronte ad uno specchio che mette a nudo la propria fisicità, in una continua condizione di confronto con gli altri, vivendo la competizione a discapito dell’alleanza. Come potrebbe il corpo in questo contesto descritto essere vissuto come un alleato?

La DMT, in questi ambiti, è un respiro, un rilascio di tensione necessario: il danzatore diventa capace di connettere il proprio movimento al suo vero Sé, riagganciandolo alla propria storia e collegando insieme sensazioni, emozioni e immagini.
Il danzatore, attraverso questo percorso, diventa così un artista formato sotto più aspetti: mantenendo l’attenzione all’acquisizione di abilità corporee necessarie, non vive più il movimento come un elemento sconnesso dal proprio Sé. Il suo percorso non è più relegato alla formazione, ma si estende alla crescita ed evoluzione personale, della propria identità danzante e non.
Ed ecco che al termine del processo, il danzatore non è più solo un performer, un esecutore: è un danzatore del Sé.

Lara FaviInsegnante e tirocinante DMT – Firenze, Prato.

larafavi@msn.com


 

Cervello ed emozioni

Quando proviamo un’emozione in relazione adun evento, l’organo
cerebrale che si attiva è l’amigdala, che ci consente di fare una
valutazione dell’evento stesso e della sua pericolosità, favorendo
l’attivazione di un’emozione piuttosto che un’altra. Facciamo
un esempio: se mi trovo di fronte ad un grosso animale selvatico di
sicuro l’amigdala mi invierà il messaggio di provare paura e di
mettere in atto un determinato comportamento, ad esempio quello di
fuggire. Se, invece, mi trovo di fronte ad un caro amico che non
vedevo da tanto tempo l’amigdala molto probabilmente mi invierà
un’emozione di gioia e questa mi porterà a comportarmi di
conseguenza, come ad esempio avvicinarmi alla persona per
abbracciarla.
Cos’è che mi permette di fare in modo che di fronte a nuove
situazioni simili a queste io possa provare emozioni simili? Questo
passaggio è possibile grazie al ruolo dell’ippocampo che, insieme
all’amigdala, costituisce il sistema limbico e che gioca un ruolo
decisivo nel tenere traccia delle emozioni nella memoria a lungo
termine.
Possiamo quindi dire che l’amigdala e l’ippocampo hanno un ruolo
fondamentale nei nostri processi di apprendimento: grazie a loro
impariamo a valutare la pericolosità di una certa situazione e la
immagazziniamo nei nostri ricordi in modo da poter essere
“preparati” nel caso in cui si ripresentasse un’evento simile;
entrambe queste strutture hanno acquisito, a livello evolutivo,
un’enorme importanza per la sopravvivenza.
La relazione tra memoria ed emozioni è molto forte nel nostro
cervello: tendiamo a ricordarci maggiormente eventi e situazioni
caratterizzati da una connotazione emotiva intensa.

“Attraverso l’apprendimento e la memoria possiamo acquisire
informazioni che ci permettono di prepararci a rispondere agli stimoli
minacciosi prima di subire un danno reale” (Kandel, 2005, trad. it.
2007, p.134).
Facciamo l’esempio della paura: questa emozione ha di per sé ha un
valore adattivo perché ci prepara ad un potenziale pericolo al quale
possiamo sostanzialmente rispondere con tre diverse modalità:
attaccando, fuggendo dalla situazione temuta, o immobilizzandoci
(paralisi, detto anche freezing o congelamento).
Tale emozione può diventare però disadattiva, e quindi disfunzionale,
se è troppo intensa o se si manifesta di fronte a eventi o situazioni
che sono di per sé neutre e quindi non rappresentano un pericolo
reale o potenziale (es. la vista di un insetto); in questo caso
possiamo trovarci di fronte stati di ansia o di panico. “Il panico è un
corpo estraneo, una sorta di inquilino prepotente che, una volta
dentro di noi, influenza le nostre azioni, i nostri comportamenti,
spingendoci ad accettare una vita rinunciataria. E questo condiziona
enormemente la nostra esistenza” (Sorrentino e Tani, 2008, p.13).
Stati d’ansia o di panico sono segnali importanti nella vita di una
persona in quanto sono indice di un disagio sottostante, è come se ci
dicessero: “fai attenzione, c’è qualcosa nella tua vita che non ti fa
stare bene, ti stai allontanando da quello/a che sei e da ciò che vuoi,
fermati e ascoltati”.

Bibliografia

Kandel E. R. (2005) Psychiatry, Psychoanalysis, and the New Biology of Mind,
Washington D.C. and London: Psychiatric Publishing, Inc. Trad. it. Psichiatria,
psicoanalisi e nuova biologia della mente, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007.
Sorrentino R., & Tani C. (2008) Panico. Una “bugia” del cervello che può rovinarci la
vita, Milano, Arnoldo Mondadori Editore.

Violenza di genere: Prevenzione ed Interruzione della violenza Interventi per il trattamento di uomini autori di violenza

“E ANCORA UNA VOLTA,
ARTEMISIA FU SOLA.”
(ARTEMISIA, ANNA BANTI, 2015)

Un paio di anni fa, mi trovo ad iniziare un corso di formazione al Centro di Ascolto per Uomini Maltrattanti a Firenze. Penso di intraprendere uno studio ed un’analisi focalizzato su uomini (bene, io sono una donna) autori di violenza (io sono una pacifista). Si può iniziare.

Ad accoglierci, una domanda: “Che cos’è la violenza?”. Viene fatto un brainstorming e già si comprende la complessità del tema. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (1996) riporta la definizione di violenza come “uso intenzionale di forza fisica o di potere, minacciato o agito, contro se stesso, un’altra persona, o contro un gruppo o una comunità, che ha come conseguenza, o ha un’alta probabilità di avere come
conseguenza, il danno fisico, la morte, il danno psicologico, l’alterazione dello sviluppo, la deprivazione”.
Poco dopo, una riflessione: “Descrivi i tuoi comportamenti violenti”. Ognuno dei partecipanti comincia timidamente a scrivere, nero su bianco (per i più cauti, matita su carta riciclata)… svalutazioni, tentativi di controllo sull’altro…
Nessun foglio rimane del colore originario, i momenti prendono forma, lentamente, nelle espressioni malinconiche e dolorose di alcuni presenti.

Durante la formazione, viene dato ampio spazio al confronto, alla discussione, alla condivisione, se desiderata, di aspetti personali. Giungiamo al termine del corso e quel foglio iniziale, per ognuno dei professionisti presenti, si è ora fatto più ricco. Ricco di ciò che fino a poco prima si faceva fatica a considerare violenza, ricco di ulteriore comprensione della complessità dell’essere umano e, soprattutto, del pensiero che questa distinzione Noi/Loro non sia reale. Persone che agiscono violenza.
Noi e Loro… noi. Questo passaggio lo trovo necessario per intraprendere un percorso di cambiamento con l’uomo autore di violenza, in modo che ci sia quell’alleanza terapeutica importante per l’apertura di strade alternative, per la ricerca di parti di sé, di emozioni, fondamentali all’interruzione del comportamento violento. L’obiettivo è quello. Fare in modo che donne, bambini, altri uomini, che vivono ed hanno vissuto condizioni di terrore, possano sentirsi al sicuro, protette/i.
La rabbia nei confronti dell’autore di violenza, per le atrocità fisiche e psicologiche, è presente ed emotivamente profonda per il trauma subito; empatizzare con la vittima fa parte del sano compito di proteggere chi subisce, è un comportamento
sociale fondamentale.
È possibile trasformare questa rabbia in energia e speranza nel cambiamento? Trasformarla in interventi psico-educativi e psicoterapeutici specifici?

Trovo che, ancor più di una possibilità, sia un compito. Il compito degli operatori che desiderano poter fornire supporto e strumenti per il cambiamento all’uomo autore di violenza, con l’obiettivo di contrastarla, a protezione delle vittime e per l’opportunità di riprendere in mano la propria vita, anche per la stessa persona che ha agito comportamenti violenti.
Tale lavoro è molto importante, dal momento che molte donne non si separano dai compagni che agiscono violenza, aiutare l’uomo significa anche aiutare la donna; impegnarsi ad intervenire dove la violenza sembra essere per l’uomo, anche
inconsapevolmente, l’unica scelta possibile (in tutti quei casi nei quali non vi è una patologia psichiatrica), responsabilizzare l’uomo con un percorso specifico, accompagnarlo nel costruire alternative a quel comportamento violento.
In queste riflessioni, si fa riferimento a differenze di genere. Il titolo, legato al genere femminile, è in connessione diretta con il suo compagno opposto, l’uomo autore di violenza. In tale relazione, è importante parlare di ruoli di genere: la violenza psicologica e fisica è strettamente connotata culturalmente e, per questo, dura da sradicare.

In tale ottica, gli stessi uomini ne sono schiavi, più o meno inconsapevoli, in una spirale di frustrazione, inadeguatezza, incapacità di gestione e di riconoscimento delle emozioni, desiderio di prevaricazione, bisogno estremo di controllo, violenza. Le aspettative sociali sui ruoli di genere stanno passo passo trovando dei validi contraddittori, gli stereotipi vengono denudati, ma ancora non del tutto visti. È faticoso per l’essere umano, immerso nella Cultura co-costruita più di Achille nelle acque del fiume Stige. Prima di tutto, questi modelli di genere (come dovrebbe essere un uomo e come una donna secondo canoni prestabiliti) vanno individuati,
poi messi in discussione ed abbattuti.
L’Assemblea generale delle Nazioni Unite (1993) definisce violenza contro le donne “qualsiasi atto di violenza di genere che comporta, o è probabile che comporti, una sofferenza fisica, sessuale o psicologica o una qualsiasi forma di sofferenza alla donna, comprese le minacce di tali violenze, forme di coercizione o forme arbitrarie di privazione della libertà personale sia che si verifichino nel contesto della vita privata che di quella pubblica”. Per iniziare il trattamento l’uomo deve impegnarsi a
non agire comportamenti violenti. La partner viene contattata telefonicamente in modo da assicurarsi dell’aderenza al trattamento da parte del compagno e, se necessario perché in pericolo, messa in sicurezza e sostenuta psicologicamente, anche grazie all’importante lavoro di Associazioni e Centri Antiviolenza.
La Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne e la violenza domestica è stata approvata dal Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa nel 2011 a Istanbul.

Il trattato si propone di prevenire la violenza, favorire la protezione delle vittime ed impedire l’impunità dei colpevoli.
Troppo spesso, le denunce fatte non assicurano reale protezione delle vittime e sentenze per i colpevoli; anche negli Istituti Penitenziari è possibile attuare interventi per il cambiamento dell’uomo maltrattante, una presa in carico in modo che diminuiscano le possibilità di reiterare il reato. Il tempo che intercorre tra il problema e la risoluzione è fatto di frustrazione, difficoltà, emozioni di ansia, di inefficacia che possono trasformarsi nella nascita di possibili tentativi risolutivi. Tale frustrazione data dall’incertezza non viene retta dall’uomo maltrattante e scatta l’agito violento. Diventa necessità e responsabilità sociale la promozione di interventi volti al cambiamento, in modo che l’uomo che agisce violenza crei uno spazio di pensiero tra l’emozione e l’azione. Il compito fondamentale è allenare la consapevolezza delle proprie azioni sull’altro, far mature l’empatia, l’intelligenza emotiva: In che modo esercito potere nella relazione?

Stimolare, attraverso specifici programmi e terapie, la dimensione riflessiva intesa come capacità di conoscere se stessi e attribuire agli altri stati mentali legati a sentimenti, credenze e aspettative (Fonagy, 1995). Spesso, con gravissime conseguenze, talvolta letali, sulle vittime, la rabbia è l’unica emozione che l’uomo si consente di sentire, senza avere accesso a ciò che sottende, alla paura, al senso di inefficacia. Comuni meccanismi difensivi pericolosi sono minimizzare, negare, attribuire la responsabilità alla vittima.
Questo non deve più accadere.

In questa riflessione sul possibile trattamento dell’uomo autore di violenza, viene toccata solo una parte di tale violenza, consapevoli della gravità e dell’esistenza della violenza di donne nei confronti di uomini e tra persone dello stesso sesso, e una minima parte di tutte le forme di violenza, discriminazioni, abusi, maltrattamenti, anche verso i minori.
Proviamo a ripartire dai bisogni emotivi degli esseri umani: il bisogno di riconoscimento, di essere amati, di appartenenza e di protezione.

“Sei una giovane battagliera…
armiamoci, sì.
Io di un pennello,
tu cosa impugnerai?”

Diventiamo pennelli,
tutti, uomini e donne.

Martina Nelly Sbrana

Riferimenti
Banti, A. (2015). Artemisia. Milano: SE.
Grifoni, G. (2016). L’uomo maltrattante. Dall’accoglienza all’intervento con l’autore di violenza domestica. Milano: Franco Angeli.
Muscialini, N., De Maglie, M. (2017). In dialogo. Riflessioni a quattro mani sulla violenza domestica. Città di Castello: Settenove.
Blanca Teatro, Laboratorio permanente
C.A.M. “Centro di Ascolto per Uomini Maltrattanti” (Firenze)
O.M.S. Organizzazione Mondiale della Sanità

Covid-19: effetti psicologici ed emotivi negli adolescenti

QUALI VISSUTI PSICOLOGICI ED EMOTIVI ASPETTARSI DAI NOSTRI RAGAZZI E RAGAZZE E COME RISPONDERE

“MI FANNO SCHIFO QUESTE NUOVE REGOLE!!!”

Tutti i video in cui attori, cantanti, sportivi e influencer che ami ti raccomandano di seguire le regole sia in casa che fuori casa non ti hanno convinto?
Ricordati che sei parte DI UNA COMUNITA’, che le tue azioni hanno un impatto non solo su te stesso ma anche sugli altri e che questi altri sono anche i tuoi amici/e e le
persone a cui tieni. Rispettare le regole, in questo caso, ti rende molto più figo dell’infrangerle.

#QUIVATUTTOMALE

In questo periodo è normale avere l’umore a terra. Sforzati di parlare con qualcuno di cui ti fidi e prova a raccontargli come ti senti.
Parlare non cambia la realtà delle cose ma di sicuro ti aiuta a sentirti più leggero e a renderti conto che non sei l’unico a provare questo tipo di emozioni. Il confronto con gli altri a volte permette di trovare un modo diverso di guardare la realtà.

“C’HO L’ANSIA!”

L’ansia è un emozione sana, utile e protettiva. Ci mette in allerta e ci aiuta a orientarci verso la sicurezza.
NON ANDARE IN PARANOIA! Prova a spostare l’attenzione da te stesso verso gli altri, cercando d essere cooperativo e collaborativo.
Aiutare gli altri ti dà fiducia in te stesso e nelle tue capacità di affrontare le sfide.

“ODIO QUESTA MASCHERINA!
ODIO LE REGOLE! ODIO TUTTI!”

E’ normale inferocirsi un po’quando ci si sente ingabbiati in delle regole e in un ambiente che si presenta diverso da come lo abbiamo sempre vissuto.
Ti senti come una pentola a pressione sul punto di esplodere? Prova a spiegare a chi ti sta vicino che a volte fai fatica a controllare quello che senti e CHIEDI SCUSA quando ti arrabbi per un tuo stato d’animo e non per motivi reali.
Prova a sfogare questa rabbia facendo attività fisica o altro.

“E SE IL COVID NON FINISSE MAI?”

Parlare di come ti senti può aiutarti a ridimensionare quello che provi. Fai qualcosa che ti riporti ad uno stato di calma, in rete trovi molti esercizi di respirazione o di rilassamento (come il Training Autogeno di Schultz).
Ascolta le tue canzoni preferite o dedicati a qualche attività piacevole che ti aiuti a concentrarti su un’azione concreta distraendoti dal vortice dei pensieri negativi.

“FARE GRUPPO DISTANZIATI???? E’ UNO SCHIFO!”

Durante questo periodo di vita si condivide tutto con il gruppo. Il confronto con i coetanei è funzionale alla ricerca di una propria definizione: l’altro restituisce un’immagine e questo contribuisce alla creazione di una nuova identità per l’adolescente. Dobbiamo abituarci a queste nuove regole di distanziamento per il bene stesso che vogliamo ai nostri amici e amiche. Dopotutto anche se non c’è contatto, potete sempre parlarvi e condividere segreti.

E I RAGAZZI/E CON BISOGNI SPECIALI?

I ragazzi che non possono comunicare le loro emozioni o che hanno difficoltà nel
farlo, se non attraverso i loro comportamenti o peggio con il ritiro, hanno bisogno di parole!
Le figure di riferimento avranno il compito di mettere parole al loro silenzio ed utilizzare gli stessi comportamenti di rassicurazione anche quando non c’è una richiesta esplicita. Spiegare con parole semplici cosa sta accadendo e dare loro sicurezza.

Dott.ssa Francesca Ammogli
Psicologa, Psicoterapeuta

“Se vuoi l’arcobaleno devi rassegnarti a sopportare la pioggia” Dolly Parton

Bibliografia

• Lauretti G., Verardo A. R., (2020). [Slide in pdf della presentazione del libro “Noi,
adolescenti ai tempi del coronavirus]. Associazione EMDR Italia
• Verardo A. R., (2020). [Slide in pdf del workshop “Covid-10: esiti di una
pandemia”]. Associazione EMDR Italia.
• Unicef, per ogni bambino (2020). “Come gli adolescenti possono salvaguardare la
propria salute durante il coronavirus (Covid-19)”.

Teatro e Terapia: riflessioni tratte dal Progetto “Diverse abilità: il linguaggio del corpo”

“Teatro” consiste nel produrre
rappresentazioni vive di fatti
umani tramandati o inventati, al
fine di ricreare.
Compito del teatro, (…), è di
ricreare la gente.
Brecht, “Scritti teatrali”


Cosa significa essere “attori”? Cos’è la creatività?
Essere partecipi delle proprie scelte, della propria vita, essere “attivi”: gli attori agiscono. Accompagnare la persona a prendere coscienza della propria dimensione creativa, attraverso la valorizzazione delle qualità individuali, permette la nascita di una nuova visione, nella quale la diversità di ognuno di noi diventa l’elemento al quale ispirarsi.

Il percorso laboratoriale diventa una scoperta di Sé, delle peculiarità naturali: mettersi in gioco, (ri)scoprirsi portatore di un messaggio personale, della capacità intrinseca di trasmettere fiducia e fidarsi.
Esercizi di movimento nello spazio permettono di sperimentare quanto ogni singolo elemento sia fondamentale per il funzionamento del gruppo. Si stimola il contatto tra i partecipanti e la ricerca di un ritmo collettivo. Un’occasione di incontro e confronto con l’Altro, attraverso il dialogo del corpo: un costruire con i
compagni (Vopel, 1996).

II coinvolgimento a livello fisico facilita l’accesso al mondo emotivo: diventa possibile intravedere l’espressività del linguaggio silenzioso del corpo fatto di gesti, sguardi e movimenti, i quali inviano messaggi a se stessi e all’Altro.
Momenti di commento rispetto all’esercizio appena svolto permettono la riflessione
sull’indipendenza ed interdipendenza tra i membri: ognuno fa un percorso personale che va ad intrecciarsi con quello del gruppo.

Lo spazio da condividere è uno spazio fisico e uno spazio mentale insieme, alla ricerca di un equilibrio dei corpi e della mente; è, per questo, essenziale imparare ad ascoltare i movimenti dell’altro, cooperare in un’atmosfera di rispetto reciproco.
Le informazioni che la persona riceve, muovendosi con gli altri nello spazio, spesso
conducono a nuove visioni di sé (quello che Yalom -2005- chiama “apprendimento
interpersonale”).

“L’arte dell’attore consiste nell’organizzare il proprio materiale, cioè nella capacità di utilizzare in maniera giusta i mezzi espressivi del proprio corpo”, Mejerchol’d

Grazie al percorso con elementi della scuola teatrale, viene facilitata l’espressione del potere personale (Rogers, 1961) dei partecipanti, mettendo al centro la Persona
e la Relazione.

Martina Nelly Sbrana

Assertività

Spesso capita nelle relazioni che ci diciamo (o ci sentiamo dire) che dovremmo essere più assertivi.

Ma cos’è esattamente l’assertività?
Possiamo definire assertività come quella capacità che permette ad una persona di esprimere in modo chiaro ed efficace le proprie opinioni ed emozioni riuscendo a rispettare, sia se stessi, che l’altro; l’assertività infatti è strettamente collegata ad un
contesto relazionale in cui due o più persone si trovano a comunicare tra di loro idee, opinioni, emozioni, bisogni.
Ci può capitare di avere difficoltà ad esprimere le nostre opinioni se ci sentiamo aggrediti o prevaricati dal nostro interlocutore, altre volte invece potremmo essere noi a prevaricare sull’altro senza magari rendercene conto.
Nella prima situazione saremo di fronte ad uno stile comunicativo passivo, nella seconda, invece, ad uno aggressivo.
La passività e l’aggressività sono i due estremi opposti di una modalità comunicativa che vede al centro proprio l’assertività.

Ciò che caratterizza, infatti, una relazione assertiva è la capacità di riuscire a dire o chiedere qualcosa rispettando i propri bisogni e quelli altrui, senza aggredire l’interlocutore (in questo modo rispetto me stesso/a, ma non l’altro), né farsi schiacciare da lui (in questo modo rispetto l’altro ma non rispetto me stesso/a).
Riuscire a mettere in atto un comportamento assertivo significa riconoscere i diritti che ogni persona ha e che nessuno può violare (i cosiddetti “diritti assertivi”). Una
relazione tra due o più interlocutori si può definire assertiva se questi diritti vengono rispettati, nel caso in cui vengano violati, invece, si rischia di sconfinare in una relazione che ha caratteristiche di passività o di aggressività, prevaricando o
lasciandoci prevaricare.

Ma vediamo in dettaglio quali sono questi diritti.

Il diritto di essere se stessi.
Il diritto di agire in modo da difendere il proprio valore e la propria dignità senza
ledere l’integrità altrui.
Il diritto di avere bisogni e necessità anche diversi da quelli delle altre persone.
Il diritto di chiedere (ma non di pretendere!) ciò di cui si ha bisogno.
Il diritto di giudicare il proprio comportamento, i propri pensieri, le proprie
emozioni e di assumersene la responsabilità, accettandone le conseguenze.
Il diritto di essere anche illogici nelle proprie scelte.
Il diritto di non offrire ragioni o scuse per giustificare il proprio comportamento.
Il diritto di dire “no” senza sentirsi in colpa.
Il diritto di dire “non so” o “Non capisco”.
Il diritto di cambiare opinione.
Il diritto di commettere errori e di assumersene la responsabilità.
Il diritto di valutare se assumersi la responsabilità di trovare soluzioni ai problemi
degli altri.
Il diritto di non rendere sempre al massimo delle proprie possibilità.

(Baggio, 2004; Bauer et al., 2002; Pedrotti, 2008).

Ma come possiamo allora migliorare la nostra comunicazione al fine di renderla maggiormente assertiva?
Vediamo in dettaglio qualche strategia.

  • Analizzare il problema specifico (cosa è successo e come ho reagito in quella specifica occasione?)
  • Mettere a fuoco alternative possibili (cosa avrei voluto fare di diverso rispetto a ciò che ho fatto?)
  • Sperimentare nuove soluzioni (individuare nuove modalità di relazionarsi che siano più funzionali e maggiormente utili al raggiungimento del nostro obiettivo, e al tempo stesso che garantiscano il rispetto di sé e dell’altro).

Bibliografia

Baggio F. , a cura di Assertività e training assertivo . Teoria e pratiCa per migliorare le capacità relazionali dei pazienti, 2013, Milano, Franco Angeli.

Il DOC (disturbo ossessivo compulsivo) nei bambini: conoscerlo e smascherarlo

CHE COS’E’ IL DOC? IMPARIAMO A CONOSCERLO Il DOC (Disturbo Ossessivo Compulsivo) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni, cioè pensieri, immagini o impulsi intrusivi da cui il paziente si sente perseguitato e angosciato, e compulsioni, ovvero rituali comportamentali o mentali messi in atto per diminuire l’ansia provocata dalle ossessioni.Le ossessioni sono pensieri incontrollabili e intrusivi tali da condizionare il funzionamento sociale, scolastico o lavorativo e compromettere la qualità di vita del paziente. Le compulsioni invece sono dei comportamenti ripetitivi che la persona mette in atto in risposta a un’ossessione, che seguono delle regole e che devono essere applicate rigidamente e non possono essere interrotte o modificate. LA “MALATTIA DEL DUBBIO”Il DOC viene anche chiamato la malattia del dubbio: i pazienti infatti spesso dubitano dei loro pensieri, delle loro percezioni e delle loro credenze. Il ciclo continuo del DOC è caratterizzato dall’ emergere delle ossessioni che determinano l’ansia, per tentare di ridurre l’ansia il soggetto mette in atto le compulsioni ottenendo un sollievo temporaneo; purtroppo dopo poco tempo si generano altre ossessioni e il ciclo ricomincia.

IL DOC NEI BAMBINIIl DOC esordisce nell’80% dei casi tra i 10 e i 40 anni, con due picchi di prevalenza tra i 15 e 20 anni, con prevalenza per il sesso maschile e per i sintomi compulsivi, e tra 20 e 25 anni, più frequenti nel sesso femminile e con prevalenza delle ossessioni.Nel 15% dei casi si manifesta prima dei 10 anni. Quando il disturbo si presenta nei bambini è definito << a esordio precoce>>. Rispetto ai sintomi, nei bambini non è sempre vero che le compulsioni sono eseguite per neutralizzare le ossessioni o prevenire eventi temuti: molti bambini non sono in grado di esprimere o dicono di non avere pensieri ossessivi. Le compulsioni dei bambini possono essere atipiche, cioè legate a sensazioni fisiche o sensoriali, ovvero il bambino avverte una sensazione di fastidio che lo porta ad effettuare particolari rituali che possono essere: di scrittura (ricalcare più volte le lettere o i puntini sulle i), di respirazione e annusamento (Annusare sempre un oggetto quando lo si prende in mano), oppure meramente tattili (picchiettare continuamente o toccare un determinato numero di volte certi oggetti). In generale, le manifestazioni più comuni del DOC nei bambini sono la paura di contaminazione, di far del male agli altri o a se stessi e le ossesioni di simmetria e ordine.COME INDIVIDUARE IL DOC NEL PROPRIO FIGLIOPurtroppo individuare il DOC in età infantile può essere complicato per tre motivi:

  1. in età infantile molti comportamenti normali sono simili a quelli ossessivi-compulsivi e pertanto risulta complesso per genitori e insegnanti comprendere il limite tra normalità e patologia.
  2. i rituali ossessivo-compulsivi sono vissuti dal bambino come insensati, fonte di imbarazzo e vergogna, e vengono perciò tenuti il più lungo possibile nascosti ai genitori
  3. il grado di insight (consapevolezza di malattia) è spesso molto limitato nei bambini tant’è che il bambino stesso sembra non essere particolarmente preoccupato dei suoi sintomi.

Per tutti questi motivi è importante riuscire ad individuare una linea di confine tra il comportamento normale tipico dell’età e quello che porterà al futuro sviluppo del disturbo. Se avete un sospetto rivolgetevi sempre ad un professionista che, attraverso un efficace processo diagnostico, potrà rilevare i sintomi e comprendere al meglio la possibile presenza o meno dell’esordio del disturbo.COSA POSSONO FARE I GENITORICome detto precedentemente i bambini con DOC tendono a nascondere i loro sintomi ai genitori perchè provano vergogna, è quindi compito del genitore intercettare il disagio del figlio, ecco alcune regole dell’accettazione ed incoraggiamento:

(tratto dal libro “Ossessioni e compulsioni nel bambini”, Erickson)

Dott.ssa Francesca Ammogli

Autostima

L’autostima si può definire come la valutazione che la persona ha di se stessa all’interno delle relazioni con le altre persone.


Qual è il mio valore?
Come mi vedo in relazioni agli altri?
Quanto mi sento capace?
Quanto mi sento degno/a di essere amato/a?


L’autostima è uno degli aspetti fondamentali per vivere la vita e le relazioni in modo pieno e soddisfacente.
Spesso si può venire a creare una discrepanza tra il Sé Percepito (ciò che penso di essere, come mi vedo, l’immagine che ho di me) e il Sé Ideale (come vorrei essere). Se queste due dimensioni sono tra loro eccessivamente distanti, possono dar origine ad una bassa autostima.

Mi sento inadeguato/a.
Non sono abbastanza (capace, amabile, attento/a, ecc…).
Mi sento insicuro/a, ho paura di sbagliare.
Non sarò mai come gli altri.
Non riesco a prendere mai una decisione.
Forse sono io che sono sbagliato/a?
Questi sono alcuni dei pensieri e delle emozioni che possono essere tipiche di una persona con bassa autostima.
A volte ci capita di cercare negli altri l’approvazione e la conferma del nostro valore: certamente l’opinione altrui è importante, ma, da sola, non potrà essere sufficiente a darci ciò di cui abbiamo realmente bisogno, se non per brevi istanti. Ciò che, invece, può aiutare a rafforzare la propria autostima, è la possibilità di lavorare su se stessi, imparando a scoprire e valorizzare i propri punti di forza, accettando maggiormente i propri limiti, e provando ad assumersi qualche piccolo rischio nelle nostre giornate quotidiane.

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Giovani insieme agli adulti Combattere il turbamento da pandemia

Dall’ inizio della pandemia insieme alla salute fisica è stata chiamata in ballo anche la salute mentale.
Lo stato di emergenza può far persistere il forte impatto emotivo dovuto al COVID-19, ma anche rischiare di perdere di sensibilità emotiva.
Gli adulti si trovano a correre per ovviare agli impegni, anche tra le stesse mura domestiche, ma spesso con la testa altrove.
Le persone non sono a oggi preparate a far fronte a tutto questo, non è possibile ricordare una situazione simile a questa, tanto meno individuare dei modelli di comportamento vincenti.
E così le conseguenze di un prolungato stato di turbamento possono avere ricadute sul sonno, portare a disturbi psicosomatici, depressione e ansia.
L’insicurezza che genera il COVID-19 potrebbe talvolta sfociare in crisi psichiche in diverse età.
Se questo accade a un adulto di riferimento per un bambino e per un ragazzo, cosa succede ai giovani e ai giovanissimi? Il loro bisogno di attenzioni e sicurezza potrebbe venire intaccato e nonostante imparino presto a tollerare i comportamenti degli adulti e sopportare la frustrazione che ne deriva, questo non toglie che sia doveroso ricavarsi comunque del tempo e dello spazio per loro.

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Raccontare e condividere la propria esperienza come persona con i propri difetti, limiti e difficoltà, senza incarnare necessariamente il ruolo di genitore, insegnante, educatore perfetto. Farà bene all’adulto come al giovane.
Spiegare correttamente quel che succede nei limiti di quel che sono in grado di elaborare per la loro età, diventa per loro un momento di ulteriore responsabilizzazione, più di quanto non siano già in grado di fare (pensiamo ai bambini con malattie croniche – AGDITALIA, 2013).
Non accalorare il discorso con uno stato di paura e angoscia. Il “come” si parla è ancor più importante del “cosa” si dice, essendo maggiormente in grado di cogliere le emozioni che i contenuti. Lasciare spazio all’ascolto di possibili domande da parte loro.

Cosa è possibile fare?

Perché tutto questo?

Questo perché una delle cose che aiuta maggiormente gli individui di qualsiasi età nel ridurre l’incertezza è avere quante più informazioni possibili.
Qualsiasi comunicazione ai bambini e ai ragazzi può essere l’occasione di lasciarci stupire dalle loro reazioni e di rafforzare ancor di più il loro percorso di responsabilizzazione, sia nella cura di loro stessi che degli altri.

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S.Salvietti

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

AGDITALIA (2013).
Documento strategico di intervento integrato per l’inserimento del bambino, adolescente e giovane con Diabete in contesti Scolastici, Educativi, Formativi al fine di tutelarne il diritto alla cura, alla salute, all’istruzione e alla migliore qualità di vita.

Sara Salvietti