Cos’è la Sindrome della “rassegnazione”?

Una sindrome che colpisce i bambini e giovani. Si manifesta con abulia e un sonno attivato dal corpo per rispondere alla sofferenza, che può sfociare in uno stato comatoso.

Le persone si isolano dal contesto al punto di cadere in un sonno profondo. I medici lo riconducano a un trauma ( https://www.bbc.com/mundo/noticias-41762274) generato da episodi di violenza, vissuti difficili, di insicurezza o precarietà.

La questione tocca il dramma dell’esistenza, ma fa anche riflettere su quanto l’atto di dormire, seppur spesso dato per scontato, oltre ad avere una funzione rigenerativa e di fissazione delle informazioni in memoria, possa ricoprire anche un valore protettivo.

Educare gli adulti di domani: bambini, bambine e stereotipi di genere

Uno stereotipo è un concetto rigido e fisso, che viene considerato come un “assoluto”, e fornisce una rappresentazione molto limitata e semplificata della realtà.

Gli stereotipi di genere sono, quindi, delle definizioni culturali rigide su ciò che si considera accettabile e appropriato, dagli uomini e dalle donne, in termini di pensieri, comportamenti ed emozioni.

Per comprendere meglio, vediamo alcuni esempi classici di stereotipi di genere:

  • il blu è un colore da maschi e il rosa da femmine;
  • il manager d’azienda è una professione per un uomo, la segretaria per una donna;
  • la donna deve pensare ai figli, l’uomo a fare carriera;
  • l’uomo è forte, la donna è fragile.

Dobbiamo considerare che nessuno è totalmente immune agli stereotipi, anche solo in minima parte ne siamo condizionati in quanto sono radicati da anni nella nostra cultura e danno origine a luoghi comuni che contribuiscono a creare una netta differenza tra ruoli “maschili” e “femminili”, lasciando poco spazio alla fluidità e alla sovrapposizione tra l’uno e l’altro.

Gli stereotipi di genere vengono interiorizzati fin da piccoli e contribuiscono ad influenzare nei bambini e nelle bambine il modo di pensare, gli interessi, le scelte sui giochi da fare (“i bambini giocano con le macchinine e le bambine giocano con le bambole”), e le emozioni da esprimere (“i bambini forti non piangono, le brave bambine non si devono arrabbiare”).

Inoltre, gli stereotipi di genere possono diventare anche un terreno fertile per la proliferazione della violenza maschile nei confronti delle donne, creando uno squilibrio di potere tra le due parti.

Come fare allora per contrastare questi stereotipi così ancora fortemente radicati nella nostra cultura?

Sicuramente investendo in educazione ed istruzione, fornendo modelli più variegati, già a partire dalla scuola dell’infanzia in cui i bambini e le bambine possano fare esperienza di ruoli non rigidi e stereotipati, ma interscambiabili tra loro e senza tabù. Questo permetterebbe ai bambini e alle bambine di sentirsi più liberi e libere di esprimere ciò che provano e ciò che sentono di essere, senza conformarsi rigidamente ad un ruolo piuttosto che all’altro, diventando maggiormente sensibili e aperti/e alla diversità, senza sperimentare derisioni qualora non ci si attenga a quei ruoli erroneamente definiti “tradizionali”.

Solo ampliando lo spazio mentale ed emotivo di ciascuno di noi, a cominciare dall’infanzia, possiamo imparare ad essere maggiormente aperti alla diversità, in tutte le sue modalità e sfaccettature, oltrepassando una mentalità rigida e disfunzionale.

La cultura e l’istruzione sono armi potenti per debellare o comunque attenuare gli stereotipi di genere: sta a noi adulti farne buon uso.

LA COMPASSION FATIGUE

La Compassion Fatigue (C.F.) è  una condizione psicologica che presenta vari sintomi legati all’esperienza di assistere le vittime in situazioni di grande sofferenza: un trauma secondario perché l’operatore non vive l’evento in prima persona ma sperimenta l’impatto emotivo di occuparsi di una persona in difficoltà.

Nell’ Oxford English dictionary il termine è stato ufficialmente accolto nel 2002. Possiamo dire che la storia moderna della C.F. inizi nell’aprile del 1992, quando la rivista scientifica Nursing Magazine pubblica un articolo di Carla Johanson dal titolo “coping with compassione fatigue”. Il contributo prende spunto dall’esperienza di un’infermiera Jackie impegnata in un centro per il trapianto del midollo e sconvolta per la morte di una paziente affidata alle sue cure.

COSA NON E’ LA COMPASSION FATIGUE Mentre il burnout deriva da situazioni stressanti  e ripetitive di lavoro, la C.F. è legata all’assistere e trattare chi soffre per eventi critici o traumatici. Occorre particolare attenzione quando c.f. e burn out si presentano contemporaneamente perché una condizione può aggravare l’altra. Ad esempio un operatore travolto da un gran numero di decessi e dalla frustrazione legata all’impotenza, può avere grande difficoltà a gestire i compiti di documentazione che il lavoro richiede. 

CHI PRESENTA UNA MAGGIORE SUSCETTIBILITA’ ALLA C.F. Non esiste operatore immune alla c.f. ,ma esistono fattori che ne facilitano l’insorgenza e la gravità:

  • la mancanza di valutazioni psicoattitudinali adeguate nel reclutamento;
  • l’assenza di formazione: nulla nell’iter formativo di un operatore sanitario prepara a gestire ogni trauma possibile;

“L’influenza da covid ci ha insegnato quanto dobbiamo essere preparati  e attenti a riconoscere ed accogliere i risvolti psicologici ed emotivi che conducono allo stress traumatico secondario”.

  • idealizzazione: il confronto tra ideale e reale può tradursi in disillusione, delusione e distacco;
  • empatia ed altruismo: il nostro altruismo e l’amore per l’altro ci infondono coraggio e ci portano a superare fatiche altrimenti insormontabili, occorre però che questa spinta positiva non porti ad un punto di esaurimento e ad assumere rischi eccessivi;

E’ giusto trovare in noi le risorse per aiutare il paziente ma senza che il nostro corpo e la nostra mente ne paghino le conseguenze e che perciò il lavoro ne resti condizionato, altrimenti a risentirne saranno gli stessi pazienti. 

  • la nostra storia personale: incontrare un paziente che ci ricordi il trauma può innescare reazioni negative; 
  • lavorare con un gran numero di soggetto traumatizzati.

I SINTOMI DELLA COMPASSION FATIGUE E’ fondamentale saper cogliere i segni e i sintomi della C.F. e più saremo capaci di riconoscerli e meglio sapremo intercettarli in noi e nei nostri colleghi:

  • Caduta dell’umore: calo dell’ energia messa a lavoro o distacco marcato ad attività legata al lavoro.
  • Ossessione per i dettagli:con una focalizzazione sui particolari che impedisce una visione più ampia e strategica,  inutile perfezionismo che viene visto dai colleghi come un tentativo di procrastinare gli impegni ed evitare i compiti.
  • Caduta nelle motivazioni:  i pazienti vengono vissuti come un fastidio, si vedono solo gli aspetti negativi del lavoro, ci si lamenta in continuazione, si interpretano gli sforzi come futili.
  • Apatia: impedisce di interpretare le esperienze disturbanti.
  • Negatività: rabbia; gli atteggiamenti degli altri vengono letti con insofferenza, i colleghi vissuti come ignoranti e incompetenti.
  • Perdita di piacere in attività che prima erano apprezzate.
  • Distacco: l’operatore evita gli altri e si allontana dagli aspetti del lavoro che gli ricordano esperienze dolorose.
  • Cinismo e sarcasmo usati a sproposito.
  • Scarso impegno: si perdono obiettivi e scopo.
  • Conflitti con lo staff: dubbi su di sé proiettati sugli altri.
  • Esaurimento fisico: sforzo e fatica superano le capacità di recupero e se la condizione permane a lungo può accompagnarsi ad uno stato depressivo con conseguenze preoccupanti.
  • Isolamento dai colleghi.

COME PREVENIRE LA COMPASSION FATIGUE: cosa possiamo fare noi?

  1. Pratichiamo la cura di noi stessi, della nostra persona: alimentazione ricca ed equilibrata, esercizio fisico regolare, adeguato riposo, bilanciamento tra lavoro e tempo libero, il rispetto dei propri bisogni ed emozioni. 
  2. Stabilire confini emozionali: rimanere empatici senza essere travolti dalla sofferenza e dalla paura. Anche prendere piccole pause, concentrarci sul nostro respiro.
  3. Dedicarsi a qualche hobby, coltivare le amicizie fuori dal lavoro
  4. Teniamo un diario: è un modo efficace per far emergere le emozioni legate al lavoro, ci permette di connettersi alla nostra consapevolezza
  5. Utilizzare strategie positive di coping: sono quelle strategie messe in atto da un individuo per fronteggiare i problemi emotivi ed interpersonali allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress e il conflitto. Il coping proattivo si fonda sull’anticipazione: la riduzione dello stress viene ricercata immaginando preventivamente ciò che potrebbe accadere e preparandoci per come saremo in grado di poterlo gestire al meglio.
  6. Utili le tecniche di rilassamento come il Training Autogeno, le pratiche di meditazione come la Mindfulness ma anche semplicemente chiacchierare con un amico o guardare un film.
  7. Identifichiamo strategie sul lavoro: fondamentale importanza mantenere un rapporto di collaborazione, dialogo e sostegno tra colleghi per ridurre la sensazione di isolamento. 

SE I SUGGERIMENTI DATI NON BASTANO PER CONTENERE LA COMPASSION FATIGUE E’ NECESSARIO RICORRERE QUANTO PRIMA AD UN SUPPORTO PROFESSIONALE. UN TERAPEUTA E’ IN GRADO DI ACCOGLIERE LA FRAGILITA’, DARLE UN SENSO E RISTABILIRE UN EQUILIBRIO.

info@psicora.it http://www.psicora.it

(articolo tratto dal webinar “Progetto A.B.C.D.E.”, http://www.fad.formatsas.com)

A cura di Dott.ssa Francesca Ammogli

Quando l’ansia è dilagante, da dove partire? Puoi provare ad allenarti

Alcuni pensieri a cui non siamo abituati o che sentiamo come minacciosi fanno si che la nostra amigdala rilasci l’ormone dello stress e il nostro sistema nervoso parasimpatico non riesce poi a far rientrare l’allarme.

In quel momento la nostra mente non abbandona il pensiero e così la frequenza cardiaca e respiratoria possono aumentare, come anche la tensione.

Collega in quel momento la sensazione di stare in un prato, al mare.. in un posto piacevole e tranquillo che ti crea serenità e allena così la tua mente a creare questa risposta in maniera automatica ogni volta che si ripresenterà il pensiero spiacevole.

Non è la fine, ma un possibile inizio.

Sara Salvietti

Quando l’attività sportiva da risorsa diventa un limite

Lo stress psicologico non risparmia i contesti sportivi e quando subentra può diminuire la fiducia in sé, portando spesso l’atleta a credere di essere incapace.

Proprio in questa situazione si può così ridurre la concentrazione, attivare pensieri negativi e causare conflitti interpersonali. Ma perchè questo accade? Perchè spesso investire aspettative su risultati che possono essere incerti, può portare ad ansia e stress.

Nell’avvio allo sport è facile che le aspettative o la pretesa nella prestazione superino poi l’effettivo risultato.

Come fare?

● Riflettere sul significato attribuito all’attività sportiva;

● Dare spazio alla gratificazione delle prestazioni, anche se non è eccelsa;

● Respirare un clima disteso;

● Esplicitare le aspettative in maniera chiara;

● Individuare gli stimoli che producono ansia e iniziare a gestire l’elemento meno ansiogeno.

Sara Salvietti

E se l’errore mi perseguita?

Navighiamo costantemente all’interno di relazioni, investiamo energie e riponiamo aspettative verso di noi e gli altri. Di fronte a un errore che tipo di meccanismo si può attivare? Quali strategie possiamo adottare?

Di fronte a un errore o a una delusione si attivano dei nuovi meccanismi che la persona deve inevitabilmente affrontare in termini di adattamento a una situazione conflittuale, che possono coinvolgere la persona stessa o altri individui.

La persona può decidere di giustificare, negare, attribuire la colpa dell’accaduto a fattori più esterni o addirittura vendicarsi, qualora fosse coinvolto un diretto interlocutore. Il perdono può spesso sovrapporsi a sentimenti come il senso di colpa, la rabbia, la paura di essere nuovamente feriti, ma rimane invece un aspetto a sé stante e chiaramente identificabile nella dinamica conflittuale.

In uno stato di fragilità non è né banale né facile venir meno ai propri bisogni o mettere da parte l’orgoglio per il buon mantenimento di una relazione significativa o per la stessa integrità di sé stessi.

Quando il torto è causato da un’altra persona l’atto di perdonare, considerato dalla letteratura come una risposta prosociale alle offese ricevute (McCullough, 2000), diventa necessario per risarcire o ripristinare la relazione interpersonale.  

Che sia verso sé stessi o che sia verso un altro diverso da sé talvolta è necessario passare dalla chiusura, dalla resistenza ad esprimere i significati e i sentimenti legati all’errore per poi accoglierli e passare lentamente a lasciare andare risentimenti, rabbia e paura e attivare il perdono.

Sarà così utile consentirsi di sperimentare il perdono, anche solo fosse il perdono per non riuscire a perdonare.

Proprio quando si presenta l’atto del perdono inizia così un vero e proprio processo che contribuisce alla promozione del benessere individuale, sia in termini di salute psicologica che fisica-fisiologica (Worthington at All, 2007).  In terapia diventa un momento significativo e virtuoso per la persona, capace così di attivare sensazioni di liberazione e diminuire emozioni negative.

Dott.ssa Sara Salvietti

McCullough, M. E. (2000). Forgiveness as human strength: theory, measurement, and links to well-being. J. Soc. Clin. Psychol. 19, 43–55. doi: 10.1521/jscp.2000.19.1.43

Worthington, E. L. Jr., Witvliet, C. V. O., Pietrini, P., and Miller, A. J. (2007). Forgiveness, health, and well-being: a review of evidence for emotional versus decisional forgiveness, dispositional forgivingness, and reduced unforgiveness. J. Behav. Med. 30, 291–302. doi: 10.1007/s10865-007-9105-8

Divertirsi non è una perdita di tempo, ma un’opportunità

Divertire: Etimologia: ← dal lat. divertĕre, propr. ‘volgere altrove’, comp. di dis- ‘dis-’ e vertĕre ‘volgere’.

Nel corso del tempo percorriamo strade non sempre facili o diritte, incorrendo talvolta nel rischio di sperimentare emozioni scomode o addirittura debilitanti. Può capitare nella vita di non avere uno scopo, non trovare elementi di piacere, nè tantomeno di divertimento.

Lo stesso divertimento può essere concepito come una perdita di tempo, in un tempo programmato al minuto. In realtà è proprio nel piacere, nel divertimento, nell’ozio, che alcune parti del cervello si attivano maggiormente. Diventa pertanto, in alcuni momenti della vita, una necessità poter staccare la spina e pensare anche a divertirsi per guardare oltre e prendersi uno spazio per vivere le proprie emozioni e il proprio tempo con maggiore pienezza e moralità.

Concedersi uno spazio di divertimento, di osservazione delle cose da un’altra prospettiva permette di individuare nuove strategie di pensiero e comportamenti funzionali alla soddisfazione dei propri bisogni.

Sara Salvietti

È nella nostra pigrizia, nei nostri sogni, che la verità sommersa a volte arriva in cima.” – Virginia Woolf

Rabbia: lettura e significati di un’emozione “scomoda”

Tra le varie emozioni che si provano nel momento in cui ci relazioniamo con gli altri, vi è la rabbia, considerata spesso un’emozione “scomoda” e di difficile accettazione sociale, perché quando ci si arrabbia, si perde il controllo e si può arrivare a ferire l’altro (aspetto di cui poi spesso ci pentiamo).

La rabbia in realtà può avere una funzione adattiva molto importante: è un “termometro” che ci fornisce un parametro della soddisfazione dei bisogni interni della persona, è indice di un malessere e strumento per apportare un cambiamento nella persona stessa, verso un maggior benessere. Può essere letta anche come un’emozione di “confine” che mi dà una misura di come mi sento, che mi dice ciò che non mi piace più e mi fornisce quindi una spinta a cambiare, a mettere un “confine” funzionale tra me e gli altri.

Secondo Valentina D’urso (2001), la rabbia spesso viene vista come un’emozione “pericolosa”, fuori dal nostro controllo, questo accade perché nel momento in cui ci arrabbiamo, abbiamo la sensazione di essere in balia di qualcosa di “più grande di noi” che non siamo in grado di controllare. La rabbia ci spaventa tanto perché ci fa sentire nudi, “allo scoperto”, privi del nostro controllo e della nostra lucidità, qualità, queste, che ci distinguono dagli animali e ci fanno considerare persone civili, in grado di risolvere i propri problemi in modo pacifico e razionale.

Arrabbiarsi viene spesso considerato un processo di accumulo, dall’andamento variabile, che ha un periodo iniziale di incubazione seguito da un momento di scoppio (da qui l’immagine della pentola a pressione che trattiene il vapore e poi lo rilascia tutto insieme), per poi dirigersi verso una riduzione dell’arousal e finire con un ritorno ad uno stato di calma.

Ogni emozione ha una sua specifica “funzione”: la rabbia, per esempio, è l’emozione dell’attacco, cisì come la tristezza è quella del raccoglimento e del risparmio di energie.

Tra le varie emozioni, potremmo dire che la rabbia è quella in assoluto più corporea e quindi anche quella che viene maggiormente somatizzata, cioè “ripiegata” su altri organi se non trova pieno diritto di cittadinanza da parte del soggetto che la prova. È come un fiume in piena, carico di energia che potrebbe distruggere qualsiasi cosa; ma se legittimata e adeguatamente gestita può diventare funzionale. La rabbia è strettamente connessa all’intimità e al sistema valoriale della persona: mi arrabbio quando sento che i miei valori o i miei bisogni vengono a qualche livello violati.

Vediamo ora le tipologie di rabbia che possono esistere sempre secondo la D’urso (2001):

  • rabbie costruttive: hanno l’obiettivo di aggiustare la situazione, di ottenere dei cambiamenti e rafforzare la relazione con la persona con la quale ci si arrabbia;
  • rabbie malevoli: hanno lo scopo di danneggiare l’altro o di vendicarsi, si colpisce volutamente l’altra persona nei suoi punti deboli, ledendo la sua autostima. Questo tipo di rabbia porta a indebolire o addirittura rompere la relazione;
  • arrabbiature di sfogo: hanno lo scopo di dare libera espressione ad una tensione momentanea, ma senza nessuno scopo ben preciso, è la tipologia di rabbia più frequente dovuta anche alle irritazioni che tutti noi ci troviamo a provare quotidianamente, ad esempio stare imbottigliati nel traffico per un’ora mentre si sta cercando di raggiungere il posto di lavoro.

Inoltre, la rabbia è sempre portatrice di un messaggio implicito o esplicito che ci dà informazioni sul qui ed ora (dove siamo e come stiamo in questo preciso momento), e sul futuro (dove vogliamo dirigerci nella gerarchia di soddisfazione dei nostri bisogni). La parola emozione porta con sé un duplice significato: uno statico (lo stare con l’emozione che si manifesta) e uno dinamico (emozione dal latino “e-movere”, l’andare verso qualcosa di nuovo e di migliorativo). La rabbia, quindi, come altre emozioni, è portatrice di un messaggio che favorisce la possibilità di modificazioni future. Imparare a leggere la rabbia propria o altrui, e in particolar modo la “grammatica della rabbia” citata dalla D’Urso (2001), significa individuare il significato sottostante a questa emozione che indica un segnale di qualcosa che non ci va più bene, che non siamo più disposti ad accettare perché non soddisfa più i nostri bisogni, in questo senso la rabbia assume un significato adattivo.

Anche l’autore Bramucci (2009) riconosce, tra le varie funzioni che ha la rabbia, quella di posizionare un confine, di ripristinare la giusta distanza nelle relazioni interpersonali.

Ci arrabbiamo perché qualcuno o qualcosa ha oltrepassato un limite per noi invalicabile, ci ha invaso psicologicamente o fisicamente; in questi termini la rabbia diventa quindi un segnale di confine che delimita il nostro “spazio” personale (spazio inteso come insieme di bisogni soggettivi o come spazio corporeo) da quello esterno, oltre il quale non gradiamo che avvengano intrusioni.

Secondo Lerner (1985), quando siamo di fronte ad una situazione di rabbia, spesso tendiamo a reagire in due modi opposti, ma entrambi faccia della stessa medaglia perché ci impediscono la possibilità di cambiare la situazione che non ci soddisfa più: una prima modalità è quella di cercare di cambiare l’altra persona per adeguarla il più possibile a noi, a quelli che sono i nostri bisogni e le nostre esigenze. L’altra persona si mette in una posizione difensiva perché ovviamente non vuole cambiare e noi ci sentiamo frustrati per non aver compiuto la nostra missione. Nel secondo caso adottiamo il distacco emotivo, cioè ci distanziamo emotivamente dalle persone coinvolte nella danza.

Bramucci (2009) parla di stare con la rabbia (p.97), riconoscerla, non rifiutarla, non cercare di escluderla dal nostro mondo emotivo, ma di stare con lei, di ascoltarla, di rimanere in contatto con il proprio vissuto e darle voce, legittimandola. Solo in questo modo la rabbia potrà fare il suo corso e lentamente placarsi.

Durante il percorso terapeutico si cerca di far capire al cliente cosa significhi per lui la sua rabbia e quali siano le situazioni in cui questa si manifesta, in altre parole si tende ad aumentare la conoscenza di se stessi, questo perché conoscersi rende le persone più mature, più forti e più ricche, oltre a ridurre la loro angoscia.

BIBLIOGRAFIA

  • Bramucci, A. (2009) R come rabbia, Cittadella Editore, Assisi.
  • D’Urso, V. (2001) Arrabbiarsi, Il Mulino, Bologna.
  • Lerner H. G. (1985) The dance of anger, HarperCollins Publishers, New York. Trad. it. La danza della rabbia, Tea, Milano, 1998.

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Danzatori del Sé – Percorsi di DMT (Danza Movimento Terapia di Art Therapy italiana) all’interno dei contesti di formazione professionale per danzatori.

Danzatrice Daw Dancer at work scuola di formazione professionale di Eugenio Buratti.

Il mondo della formazione professionale per un danzatore rappresenta necessariamente un’occasione fondamentale di studio, approfondimento e sviluppo di abilità tecniche e competenze corporee. Tuttavia la mia esperienza personale e professionale – in primo luogo come danzatrice, insegnante e successivamente come DanzaMovimento terapeuta – mi ha portato a riflettere sui limiti dei contesti formativi per danzatori, che tendono a privilegiare l’aspetto tecnico ed estetico, senza connettere le competenze corporee con il senso percettivo del sé e senza promuovere l’ascolto delle risonanze emotive che il movimento può creare. 
È da questa riflessione che nasce la mia proposta di ampliare il piano di studio del gruppo di danzatori che seguo, affiancandolo ad un percorso parallelo di DanzaMovimentoTerapia; difatti ritengo che esso possa completare la loro formazione in qualità di artisti, rendendoli più consapevoli sia delle loro competenze tecniche che delle loro risorse interne nell’espressione del Sé.
In questi contesti formativi, troppe volte la danza si spoglia della propria valenza espressiva collegata al proprio mondo interiore, assumendo i connotati di una continua ricerca esclusiva volta ad adeguare il proprio corpo a modelli tecnico/estetici predefiniti, correndo però il rischio di limitare la percezione della propria vitalità e separando il proprio Sé dal corpo danzante. 
Pertanto, nel proporre progetti di DanzaMovimentoTerapia appositamente strutturati per danzatori professionisti, ho sentito un forte bisogno di “ritorno alle origini”: rinunciare alla tecnica per ripristinare un senso di connessione e percezione corporea, in un percorso che legittimasse il corpo nel suo essere nuovamente parte integrante del Sé, contenitore di esperienze, emozioni e sensazioni.
Ripristinare un senso di connessione tra il proprio corpo e il proprio mondo interiore non è un processo semplice per un danzatore: all’interno di questo percorso di ricongiunzione con il sé, egli è chiamato a “spogliarsi” dell’idea che il movimento possa essere solo esclusivamente performativo, ed e’ invitato a disimparare ciò su cui si è trovato a lavorare in anni di formazione. Si trovera’ pertanto di fronte ad una richiesta nuova: non più eseguire un movimento – rispecchiando esclusivamente le indicazioni del coreografo o dell’insegnante – ma vivere il movimento, abbandonando il conosciuto per guardare dentro di sé e dare voce a sensazioni, emozioni ed immagini interne.

È proprio il raggiungimento di questo obiettivo – la costruzione di un ponte di congiunzione tra il proprio sé e la sua manifestazione nel corpo – che consentira’ al danzatore il recupero di collegamenti con i processi vitali della propria fisicità e di conseguenza della vita stessa: L’impulso che porta al movimento non è più dunque qualcosa di ricercato all’esterno – nell’estetica, nella tecnica – ma dentro di sé, assumendo così connotati intimi e affettivi.
Il movimento diventa così un linguaggio nuovo – non imposto dall’esterno o da dover “cucire sul corpo” – ma espressione personale e vitale; i gesti non sono più soffocati dalla sovrastruttura estetica, ma diventano strumento per comunicare processi interni, attingendo alla dimensione presente ma anche alla storia pregressa del partecipante. La neonata integrazione mente-corpo, favorita dalla DanzaMovimentoTerapia, apre la strada per recuperare parti di sé non rintracciabili, se non all’interno della propria memoria corporea, favorendo cosi’ un’elaborazione ed integrazione inconscia del proprio vissuto personale.

Nella mia esperienza di danzatrice-insegnante, l’incontro con la DMT ha segnato l’inizio di una inversione di rotta nella percezione del mio corpo. Il mio background di danzatrice ha da sempre influito sul modo in cui io stessa intendessi il movimento: un vestito da adeguare al corpo. Non mi ero mai soffermata a chiedermi: “Dove sono io mentre mi muovo?”, “Come faccio a creare un movimento partendo da me?”, “Come posso usare il mio corpo per comunicare le mie emozioni più intime, a quali parte di me danno voce i movimenti?”.
Ho sentito nei danzatori professionisti – partecipanti ai miei gruppi di DMT – il sorgere degli stessi interrogativi. E d’altronde, come è possibile immaginare di utilizzare diversamente il proprio corpo, quando per diventare danzatori si è sacrificata la maggior parte della propria adolescenza a tale progetto? Un’età delicata – l’epoca dei conflitti – che acuisce la percezione di inadeguatezza del proprio corpo; un adulto in via di formazione ancora non completamente indipendente e con un futuro davanti ancora non chiaro nemmeno a se stesso.
Il danzatore si trova tante ore della propria giornata in sala danza, spesso di fronte ad uno specchio che mette a nudo la propria fisicità, in una continua condizione di confronto con gli altri, vivendo la competizione a discapito dell’alleanza. Come potrebbe il corpo in questo contesto descritto essere vissuto come un alleato?

La DMT, in questi ambiti, è un respiro, un rilascio di tensione necessario: il danzatore diventa capace di connettere il proprio movimento al suo vero Sé, riagganciandolo alla propria storia e collegando insieme sensazioni, emozioni e immagini.
Il danzatore, attraverso questo percorso, diventa così un artista formato sotto più aspetti: mantenendo l’attenzione all’acquisizione di abilità corporee necessarie, non vive più il movimento come un elemento sconnesso dal proprio Sé. Il suo percorso non è più relegato alla formazione, ma si estende alla crescita ed evoluzione personale, della propria identità danzante e non.
Ed ecco che al termine del processo, il danzatore non è più solo un performer, un esecutore: è un danzatore del Sé.

Lara FaviInsegnante e tirocinante DMT – Firenze, Prato.

larafavi@msn.com


 

Cervello ed emozioni

Quando proviamo un’emozione in relazione adun evento, l’organo
cerebrale che si attiva è l’amigdala, che ci consente di fare una
valutazione dell’evento stesso e della sua pericolosità, favorendo
l’attivazione di un’emozione piuttosto che un’altra. Facciamo
un esempio: se mi trovo di fronte ad un grosso animale selvatico di
sicuro l’amigdala mi invierà il messaggio di provare paura e di
mettere in atto un determinato comportamento, ad esempio quello di
fuggire. Se, invece, mi trovo di fronte ad un caro amico che non
vedevo da tanto tempo l’amigdala molto probabilmente mi invierà
un’emozione di gioia e questa mi porterà a comportarmi di
conseguenza, come ad esempio avvicinarmi alla persona per
abbracciarla.
Cos’è che mi permette di fare in modo che di fronte a nuove
situazioni simili a queste io possa provare emozioni simili? Questo
passaggio è possibile grazie al ruolo dell’ippocampo che, insieme
all’amigdala, costituisce il sistema limbico e che gioca un ruolo
decisivo nel tenere traccia delle emozioni nella memoria a lungo
termine.
Possiamo quindi dire che l’amigdala e l’ippocampo hanno un ruolo
fondamentale nei nostri processi di apprendimento: grazie a loro
impariamo a valutare la pericolosità di una certa situazione e la
immagazziniamo nei nostri ricordi in modo da poter essere
“preparati” nel caso in cui si ripresentasse un’evento simile;
entrambe queste strutture hanno acquisito, a livello evolutivo,
un’enorme importanza per la sopravvivenza.
La relazione tra memoria ed emozioni è molto forte nel nostro
cervello: tendiamo a ricordarci maggiormente eventi e situazioni
caratterizzati da una connotazione emotiva intensa.

“Attraverso l’apprendimento e la memoria possiamo acquisire
informazioni che ci permettono di prepararci a rispondere agli stimoli
minacciosi prima di subire un danno reale” (Kandel, 2005, trad. it.
2007, p.134).
Facciamo l’esempio della paura: questa emozione ha di per sé ha un
valore adattivo perché ci prepara ad un potenziale pericolo al quale
possiamo sostanzialmente rispondere con tre diverse modalità:
attaccando, fuggendo dalla situazione temuta, o immobilizzandoci
(paralisi, detto anche freezing o congelamento).
Tale emozione può diventare però disadattiva, e quindi disfunzionale,
se è troppo intensa o se si manifesta di fronte a eventi o situazioni
che sono di per sé neutre e quindi non rappresentano un pericolo
reale o potenziale (es. la vista di un insetto); in questo caso
possiamo trovarci di fronte stati di ansia o di panico. “Il panico è un
corpo estraneo, una sorta di inquilino prepotente che, una volta
dentro di noi, influenza le nostre azioni, i nostri comportamenti,
spingendoci ad accettare una vita rinunciataria. E questo condiziona
enormemente la nostra esistenza” (Sorrentino e Tani, 2008, p.13).
Stati d’ansia o di panico sono segnali importanti nella vita di una
persona in quanto sono indice di un disagio sottostante, è come se ci
dicessero: “fai attenzione, c’è qualcosa nella tua vita che non ti fa
stare bene, ti stai allontanando da quello/a che sei e da ciò che vuoi,
fermati e ascoltati”.

Bibliografia

Kandel E. R. (2005) Psychiatry, Psychoanalysis, and the New Biology of Mind,
Washington D.C. and London: Psychiatric Publishing, Inc. Trad. it. Psichiatria,
psicoanalisi e nuova biologia della mente, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2007.
Sorrentino R., & Tani C. (2008) Panico. Una “bugia” del cervello che può rovinarci la
vita, Milano, Arnoldo Mondadori Editore.