Rabbia: lettura e significati di un’emozione “scomoda”

Tra le varie emozioni che si provano nel momento in cui ci relazioniamo con gli altri, vi è la rabbia, considerata spesso un’emozione “scomoda” e di difficile accettazione sociale, perché quando ci si arrabbia, si perde il controllo e si può arrivare a ferire l’altro (aspetto di cui poi spesso ci pentiamo).

La rabbia in realtà può avere una funzione adattiva molto importante: è un “termometro” che ci fornisce un parametro della soddisfazione dei bisogni interni della persona, è indice di un malessere e strumento per apportare un cambiamento nella persona stessa, verso un maggior benessere. Può essere letta anche come un’emozione di “confine” che mi dà una misura di come mi sento, che mi dice ciò che non mi piace più e mi fornisce quindi una spinta a cambiare, a mettere un “confine” funzionale tra me e gli altri.

Secondo Valentina D’urso (2001), la rabbia spesso viene vista come un’emozione “pericolosa”, fuori dal nostro controllo, questo accade perché nel momento in cui ci arrabbiamo, abbiamo la sensazione di essere in balia di qualcosa di “più grande di noi” che non siamo in grado di controllare. La rabbia ci spaventa tanto perché ci fa sentire nudi, “allo scoperto”, privi del nostro controllo e della nostra lucidità, qualità, queste, che ci distinguono dagli animali e ci fanno considerare persone civili, in grado di risolvere i propri problemi in modo pacifico e razionale.

Arrabbiarsi viene spesso considerato un processo di accumulo, dall’andamento variabile, che ha un periodo iniziale di incubazione seguito da un momento di scoppio (da qui l’immagine della pentola a pressione che trattiene il vapore e poi lo rilascia tutto insieme), per poi dirigersi verso una riduzione dell’arousal e finire con un ritorno ad uno stato di calma.

Ogni emozione ha una sua specifica “funzione”: la rabbia, per esempio, è l’emozione dell’attacco, cisì come la tristezza è quella del raccoglimento e del risparmio di energie.

Tra le varie emozioni, potremmo dire che la rabbia è quella in assoluto più corporea e quindi anche quella che viene maggiormente somatizzata, cioè “ripiegata” su altri organi se non trova pieno diritto di cittadinanza da parte del soggetto che la prova. È come un fiume in piena, carico di energia che potrebbe distruggere qualsiasi cosa; ma se legittimata e adeguatamente gestita può diventare funzionale. La rabbia è strettamente connessa all’intimità e al sistema valoriale della persona: mi arrabbio quando sento che i miei valori o i miei bisogni vengono a qualche livello violati.

Vediamo ora le tipologie di rabbia che possono esistere sempre secondo la D’urso (2001):

  • rabbie costruttive: hanno l’obiettivo di aggiustare la situazione, di ottenere dei cambiamenti e rafforzare la relazione con la persona con la quale ci si arrabbia;
  • rabbie malevoli: hanno lo scopo di danneggiare l’altro o di vendicarsi, si colpisce volutamente l’altra persona nei suoi punti deboli, ledendo la sua autostima. Questo tipo di rabbia porta a indebolire o addirittura rompere la relazione;
  • arrabbiature di sfogo: hanno lo scopo di dare libera espressione ad una tensione momentanea, ma senza nessuno scopo ben preciso, è la tipologia di rabbia più frequente dovuta anche alle irritazioni che tutti noi ci troviamo a provare quotidianamente, ad esempio stare imbottigliati nel traffico per un’ora mentre si sta cercando di raggiungere il posto di lavoro.

Inoltre, la rabbia è sempre portatrice di un messaggio implicito o esplicito che ci dà informazioni sul qui ed ora (dove siamo e come stiamo in questo preciso momento), e sul futuro (dove vogliamo dirigerci nella gerarchia di soddisfazione dei nostri bisogni). La parola emozione porta con sé un duplice significato: uno statico (lo stare con l’emozione che si manifesta) e uno dinamico (emozione dal latino “e-movere”, l’andare verso qualcosa di nuovo e di migliorativo). La rabbia, quindi, come altre emozioni, è portatrice di un messaggio che favorisce la possibilità di modificazioni future. Imparare a leggere la rabbia propria o altrui, e in particolar modo la “grammatica della rabbia” citata dalla D’Urso (2001), significa individuare il significato sottostante a questa emozione che indica un segnale di qualcosa che non ci va più bene, che non siamo più disposti ad accettare perché non soddisfa più i nostri bisogni, in questo senso la rabbia assume un significato adattivo.

Anche l’autore Bramucci (2009) riconosce, tra le varie funzioni che ha la rabbia, quella di posizionare un confine, di ripristinare la giusta distanza nelle relazioni interpersonali.

Ci arrabbiamo perché qualcuno o qualcosa ha oltrepassato un limite per noi invalicabile, ci ha invaso psicologicamente o fisicamente; in questi termini la rabbia diventa quindi un segnale di confine che delimita il nostro “spazio” personale (spazio inteso come insieme di bisogni soggettivi o come spazio corporeo) da quello esterno, oltre il quale non gradiamo che avvengano intrusioni.

Secondo Lerner (1985), quando siamo di fronte ad una situazione di rabbia, spesso tendiamo a reagire in due modi opposti, ma entrambi faccia della stessa medaglia perché ci impediscono la possibilità di cambiare la situazione che non ci soddisfa più: una prima modalità è quella di cercare di cambiare l’altra persona per adeguarla il più possibile a noi, a quelli che sono i nostri bisogni e le nostre esigenze. L’altra persona si mette in una posizione difensiva perché ovviamente non vuole cambiare e noi ci sentiamo frustrati per non aver compiuto la nostra missione. Nel secondo caso adottiamo il distacco emotivo, cioè ci distanziamo emotivamente dalle persone coinvolte nella danza.

Bramucci (2009) parla di stare con la rabbia (p.97), riconoscerla, non rifiutarla, non cercare di escluderla dal nostro mondo emotivo, ma di stare con lei, di ascoltarla, di rimanere in contatto con il proprio vissuto e darle voce, legittimandola. Solo in questo modo la rabbia potrà fare il suo corso e lentamente placarsi.

Durante il percorso terapeutico si cerca di far capire al cliente cosa significhi per lui la sua rabbia e quali siano le situazioni in cui questa si manifesta, in altre parole si tende ad aumentare la conoscenza di se stessi, questo perché conoscersi rende le persone più mature, più forti e più ricche, oltre a ridurre la loro angoscia.

BIBLIOGRAFIA

  • Bramucci, A. (2009) R come rabbia, Cittadella Editore, Assisi.
  • D’Urso, V. (2001) Arrabbiarsi, Il Mulino, Bologna.
  • Lerner H. G. (1985) The dance of anger, HarperCollins Publishers, New York. Trad. it. La danza della rabbia, Tea, Milano, 1998.

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