Danzatori del Sé – Percorsi di DMT (Danza Movimento Terapia di Art Therapy italiana) all’interno dei contesti di formazione professionale per danzatori.

Danzatrice Daw Dancer at work scuola di formazione professionale di Eugenio Buratti.

Il mondo della formazione professionale per un danzatore rappresenta necessariamente un’occasione fondamentale di studio, approfondimento e sviluppo di abilità tecniche e competenze corporee. Tuttavia la mia esperienza personale e professionale – in primo luogo come danzatrice, insegnante e successivamente come DanzaMovimento terapeuta – mi ha portato a riflettere sui limiti dei contesti formativi per danzatori, che tendono a privilegiare l’aspetto tecnico ed estetico, senza connettere le competenze corporee con il senso percettivo del sé e senza promuovere l’ascolto delle risonanze emotive che il movimento può creare. 
È da questa riflessione che nasce la mia proposta di ampliare il piano di studio del gruppo di danzatori che seguo, affiancandolo ad un percorso parallelo di DanzaMovimentoTerapia; difatti ritengo che esso possa completare la loro formazione in qualità di artisti, rendendoli più consapevoli sia delle loro competenze tecniche che delle loro risorse interne nell’espressione del Sé.
In questi contesti formativi, troppe volte la danza si spoglia della propria valenza espressiva collegata al proprio mondo interiore, assumendo i connotati di una continua ricerca esclusiva volta ad adeguare il proprio corpo a modelli tecnico/estetici predefiniti, correndo però il rischio di limitare la percezione della propria vitalità e separando il proprio Sé dal corpo danzante. 
Pertanto, nel proporre progetti di DanzaMovimentoTerapia appositamente strutturati per danzatori professionisti, ho sentito un forte bisogno di “ritorno alle origini”: rinunciare alla tecnica per ripristinare un senso di connessione e percezione corporea, in un percorso che legittimasse il corpo nel suo essere nuovamente parte integrante del Sé, contenitore di esperienze, emozioni e sensazioni.
Ripristinare un senso di connessione tra il proprio corpo e il proprio mondo interiore non è un processo semplice per un danzatore: all’interno di questo percorso di ricongiunzione con il sé, egli è chiamato a “spogliarsi” dell’idea che il movimento possa essere solo esclusivamente performativo, ed e’ invitato a disimparare ciò su cui si è trovato a lavorare in anni di formazione. Si trovera’ pertanto di fronte ad una richiesta nuova: non più eseguire un movimento – rispecchiando esclusivamente le indicazioni del coreografo o dell’insegnante – ma vivere il movimento, abbandonando il conosciuto per guardare dentro di sé e dare voce a sensazioni, emozioni ed immagini interne.

È proprio il raggiungimento di questo obiettivo – la costruzione di un ponte di congiunzione tra il proprio sé e la sua manifestazione nel corpo – che consentira’ al danzatore il recupero di collegamenti con i processi vitali della propria fisicità e di conseguenza della vita stessa: L’impulso che porta al movimento non è più dunque qualcosa di ricercato all’esterno – nell’estetica, nella tecnica – ma dentro di sé, assumendo così connotati intimi e affettivi.
Il movimento diventa così un linguaggio nuovo – non imposto dall’esterno o da dover “cucire sul corpo” – ma espressione personale e vitale; i gesti non sono più soffocati dalla sovrastruttura estetica, ma diventano strumento per comunicare processi interni, attingendo alla dimensione presente ma anche alla storia pregressa del partecipante. La neonata integrazione mente-corpo, favorita dalla DanzaMovimentoTerapia, apre la strada per recuperare parti di sé non rintracciabili, se non all’interno della propria memoria corporea, favorendo cosi’ un’elaborazione ed integrazione inconscia del proprio vissuto personale.

Nella mia esperienza di danzatrice-insegnante, l’incontro con la DMT ha segnato l’inizio di una inversione di rotta nella percezione del mio corpo. Il mio background di danzatrice ha da sempre influito sul modo in cui io stessa intendessi il movimento: un vestito da adeguare al corpo. Non mi ero mai soffermata a chiedermi: “Dove sono io mentre mi muovo?”, “Come faccio a creare un movimento partendo da me?”, “Come posso usare il mio corpo per comunicare le mie emozioni più intime, a quali parte di me danno voce i movimenti?”.
Ho sentito nei danzatori professionisti – partecipanti ai miei gruppi di DMT – il sorgere degli stessi interrogativi. E d’altronde, come è possibile immaginare di utilizzare diversamente il proprio corpo, quando per diventare danzatori si è sacrificata la maggior parte della propria adolescenza a tale progetto? Un’età delicata – l’epoca dei conflitti – che acuisce la percezione di inadeguatezza del proprio corpo; un adulto in via di formazione ancora non completamente indipendente e con un futuro davanti ancora non chiaro nemmeno a se stesso.
Il danzatore si trova tante ore della propria giornata in sala danza, spesso di fronte ad uno specchio che mette a nudo la propria fisicità, in una continua condizione di confronto con gli altri, vivendo la competizione a discapito dell’alleanza. Come potrebbe il corpo in questo contesto descritto essere vissuto come un alleato?

La DMT, in questi ambiti, è un respiro, un rilascio di tensione necessario: il danzatore diventa capace di connettere il proprio movimento al suo vero Sé, riagganciandolo alla propria storia e collegando insieme sensazioni, emozioni e immagini.
Il danzatore, attraverso questo percorso, diventa così un artista formato sotto più aspetti: mantenendo l’attenzione all’acquisizione di abilità corporee necessarie, non vive più il movimento come un elemento sconnesso dal proprio Sé. Il suo percorso non è più relegato alla formazione, ma si estende alla crescita ed evoluzione personale, della propria identità danzante e non.
Ed ecco che al termine del processo, il danzatore non è più solo un performer, un esecutore: è un danzatore del Sé.

Lara FaviInsegnante e tirocinante DMT – Firenze, Prato.

larafavi@msn.com


 

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